Il peso, nel presente, della storia intergenerazionale

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L’opera di Klimt “Le tre età della donna” è una rappresentazione simbolica delle tre fasi della vita femminile: l’infanzia, la maternità ed il declino della vecchiaia.

Superando l’impatto iniziale dato dalla differenze fra la freschezza del corpo giovanile in contrasto con la decadenza senile, è possibile notare uno sguardo assente della donna anziana che ha il viso coperto dai capelli. Inoltre, è l’unica figura a cui l’artista ha deciso di raffigurare i piedi.

Lo sguardo viene di solito associato con la conoscenza cosciente, il guardare è il sapere cosa sta succedendo. Freud, in un suo scritto, paragona lo psicoanalista all’archeologo in quanto entrambi vanno alla ricerca della “città sepolta” per riportala alla luce, al nostro sguardo.

La “città sepolta”, Freud si riferiva alla città di Pompei, è riuscita a rimanere intatta, a resistere alle intemperie del tempo essendo protetta dallo strato di lava solidificato. Anche l’inconscio, così come Pompei sepolta, riesce a conservarsi intatta se lontano dallo sguardo della coscienza. Tanto più ne siamo inconsapevoli quanto più ne siamo influenzati.

L’assenza di sguardo, dell’attenzione consapevole, nei confronti delle nostre storie familiari è ciò che ci permette di vivere nella convinzione di esseri soli nei nostri nuclei familiari. Pensiamo che il nostro presente sia autentico, una nostra produzione esclusiva, di esserne gli unici fautori, ma, ne siamo d’avvero sicuri? Quante volte ci soffermiamo a riflettere sull’esistenza di possibili analogie fra la nostra famiglia nucleare e le rispettive d’origine?

Quando l’inconscio lavora sotto traccia, lontano dallo sguardo cosciente, interviene un meccanismo psichico molto radicato in noi, la coazione a ripetere. Esso si basa sulla tendenza a ricreare nel presente situazioni relazionali associate al nostro passato. Ricerchiamo costantemente persone che rispondono ai nostri oggetti interni, ovvero ai primi nostri modelli relazionali, i nostri genitori. La coazione a ripetere funziona “nel bene e nel male”, la ricerca della costanza riguarda tutti le situazioni, sia quelle dannose che quelle vitali.

Parliamo di meccanismi inconsci che funziono proprio perchè sono lontani dalla nostra consapevolezza. A questo punto potremmo chiederci, quanto siamo d’avvero liberi di fare le nostre scelte sotto l’azione della coazione a ripetere?

Più è incisiva l’azione inconscia della coazione a ripetere e più possiamo considerarci “schiavi del nostro passato”. Fortunatamente la mente umana è imprevedibile e non tutti fanno le stesse scelte, non esiste alcun determinismo o rapporto lineare causa-effetto.

Come scriveva Winnicott, la nascita di una psicopatologia è legata all’intervento contemporaneo di tre fattori: l’ambiente, il carattere del singolo ed un elemento imprevedibile o casuale. Ad esempio, i modelli oggettuali potrebbero essere ricercati anche nella società, oppure in qualche nonno o nonna.

A questo punto la situazione si complica ulteriormente, i genitori che hanno cresciuto un bambino/a sono stati a loro volta figli, ovvero portano dentro di loro le storie delle rispettive famiglie d’origine che si sono incontrate. Per questo motivo, volendo provare a fantasticare, l’opera di Klimt potrebbe prevedere la rappresentazioni di almeno due coppie genitoriali. Il presente e passato di una coppia genitoriale potrebbe esser influenzato dalla storia ed i vissuti dei rispettivi genitori e nonni.

È praticamente impossibile riuscire a stabilire il punto, la generazione dove fermarci per comprendere a pieno il presente perché ci si dovrebbe basare su contenuti inconsci che, in quanto tali, sfuggono alla narrazione. Si creano dei buchi nella nostra storia, segreti che vengono trasmessi inconsciamente attraverso le generazioni.

Un esempio ben fatto di questa trasmissione intergenerazionale è rappresentata nel libro “Ogni cosa è illuminata” di Jonathan Safran Foer del 2010. Il testo racconta le avventure di un giovane studente Americano Jonathan che riceve, sul letto di morte, una fotografia da parte della nonna. Spinto dall’impulso di conoscenza, intraprende un viaggio in Ucraina per conoscere la storia di suo nonno sfuggito dalle deportazioni naziste.

Nel suo viaggio verrà accompagnato da una guida locale, Alex, ed il suo nonno affetto da una cecità psicosomatica, infatti, è in grado solo di guidare l’auto. Incontreranno la sorella della donna che salvò la vita del nonno di Jonathan ed il nonno di Alex riacquisterà la vista ricordando la sua storia, il suo esser stato un soldato alleato dei tedeschi.

“Ho riflesso molte volte sulla nostra rigida ricerca.
Mi ha dimostrato che ogni cosa è illuminata dalla luce del passato.
E’ sempre al nostro lato, all’interno, che guarda fuori. Come dici tu, alla rovescia.” (Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, Guanda, 2010). Questa frase sembra racchiudere molto bene il concetto di trasmissione intergenerazionale.

Come scrive l’autore del libro, è l’interno che guarda fuori, alla rovescia rispetto a come siamo abituati noi a vedere le nostre vite. Nel senso comune, ci poniamo come soggetti che subiscono la realtà esterna, il destino. In questo caso il senso è invertito, è il mondo interno che guarda l’esterno, sono le nostre scelte, decisioni che determinano il mondo esterno.

Questa inversione deriva dai meccanismi inconsci, il fatto di non esser consapevole della nostra storia e della coazione a ripetere ci spinge a proiettare all’esterno parti non conosciute di noi stessi che possono agire liberi non essendo visti.

Dott. Fulvio Cassese Psicologo e Psicoterapeuta Psicoanalitico

L’eterna lotta fra la medicina e la psicologia sulla pelle dei pazienti

9788856844306In questo libro l’autore, il Dott. Luigi Solano, in collaborazioni con altri colleghi descrive una ricerca condotta in tre studi di medici di base, a Roma, con una clientela di 1.500 pazienti per ogni studio. La ricerca è durata tre anni, dal 2008 al 2011, ed in questo lasso di tempo ogni psicologa ha incontrato circa 700 pazienti. Di questi circa un 50% hanno evidenziato un qualche tipo di disagio esistenziale.

Le domande analizzate sono state classificate in diverse categorie riguardante disagi sociali e relazionali: famiglia, malattia o lutto, lavoro o studio, maternità, immigrazione ed emigrazione.

Il testo racconta come i pazienti arrivavano tutti, ovviamente, con una richiesta biologica e l’integrazione di queste due figure professionali ha permesso un’analisi più accurata delle diverse domande portando, di conseguenza, ad invii più congrui alle richieste fatte.

A causa del limite temporale, non si è potuto costatare se questo esperimento ha portato ad una riduzione della spesa sanitaria pubblica, ma, ha evidenziato chiaramente una drastica diminuzione nella prescrizione di farmaci ed una riduzione di invii a strutture specialistiche di secondo livello nell’ambito della salute mentale. L’intervento psicologico ha evitato, in molti casi, che il disagio si tramutasse in patologia psichiatrica.

L’intervista condotta alla fine della ricerca ha messo in rilievo un miglioramento delle condizioni lavorative anche da parte dei medici, i quali si sono sentiti più sereni, dopo aver superato l’inevitabile gelosia iniziale, nel rapporto con i pazienti per via della presenza di un terzo che sembra aver permesso una distanza più modulare rispetto ai pazienti evitando iper-coinvolgimenti derivante da un transfert genitoriale.

Cosa ci dice questa ricerca? Perchè questa esperienza non viene approfondita? Eppure il dato è molto forte, si parla del 50% dei casi ed una drastica diminuzione dei farmaci prescritti, di un benessere evidenziato dagli stessi medici.

La questione è molto più complessa di quanto possa apparire, però, possiamo subito dire che in questo gioco di potere chi ne subisce le conseguenze sono sempre i pazienti, in questa lotta i pazienti non ci sono, nessuno se ne preoccupa. O meglio, vengono nominati solo come mezzo per salvaguardare i propri obiettivi.

Per me è assurdo che si debbano fare delle ricerche visto che le relazioni costante e bidimensionali fra mente e corpo sono state descritte in modo più sistematico già nel lontano anche se, in realtà, dovremmo andare alla notte dei tempi per ritrovare dei primi accenni sulla suddetta questione. Però si sa, è la moda di oggi, bisogna aspettare le ricerche.

Potremmo già soffermarci su un primo dato, perchè aspettare tanto tempo? E soprattutto, perchè continuare ad essere scettici dopo le ricerche? è assurdo osservare professionisti sanitari che si sorprendono nello scoprire, ad esempio, che il tono dell’umore possa incidere sul sistema immunitario o che nello stomaco ci sono strati neuronali.

Ma perchè accadde tutto ciò? La spiegazione ci deriva da quello che molti pazienti ci dicono durante le sedute “Dotto, un male fisico lo si accetta, nessuno ti dice nulle e tutti ti aiutano. Con la malattia mentale, invece, vieni isolato, guardato strano ed evitato se non addirittura colpevolizzato.” Non esiste gesto più sadico che dire ad una persona affetta da depressione “non ci pensare, tutto si sistemerà”, oppure ad un ansioso “devi affrontare le tue paure, sei sempre esagerato”.

La storia ci insegna che la società ha sempre riservato un trattamento disumanizzante verso chiunque avesse delle difficoltà mentale, soffrisse o fosse “diverso”. Si iniziò a bruciarle, poi a rinchiuderli tenendoli separati ed isolati dagli altri. Ed oggi, come ci si comporta?

Sempre allo stesso modo, ovviamente la cosa viene fatta in modo più sofisticato. Li si tappa la bocca con il farmaco come le mamme che ricorrono sempre ed in ogni caso al cibo perchè angosciati dal pianto dei figli, assecondati sottoponendoli ad una serie di esami superflui tanto “che male fanno e poi cosi siamo più sicuri” senza preoccuparsi minimante dell’ansia legata ai momenti che precedono l’esame e lo sconforto successivo nello scoprire di non essere affetti da nessuna malattia. Quando poi non sanno più fare, sono stanchi ecco che si ricordano dello psicologo.

La domanda però resta, perchè accade tutto ciò? Perchè la storia si ripete anche se in modo diverso? Perchè fra la medicina e la psicologia c’è una guerra secolare in atto che distrugge qualsiasi tentativo di collaborazione ed integrazione?

La risposta sembra semplice, in realtà è molto difficile da comprendere. Il disagio mentale, la sofferenza psichica richiede l’entrare in contatto con il proprio mondo interno, un alleggerimento delle difese che libera l’angoscia da cui la persona prova a difendersi. Entrare in contatto con le parti di se, con il proprio inconscio è doloroso, un processo lungo che non avrà mai una conclusione, resteranno sempre delle macchie cieche, ci sarà sempre un inconscio non rimosso formato da elementi che non hanno mai avuto accesso alla coscienza.

Sull’efficacia del processo analitico non ci sono dubbi, nel senso che cambia radicalmente la vita delle persone. Le domande però sono: quanti vogliono d’avvero vivere bene? Quanti riescono a sostenere un analisi? Quanti riescono a tollerare di sentire il dolore, accettare la frustrazione, la mancanza e prendersi il tempo necessario?

Questa prospettiva apre anche un’altro scenario, la responsabilità inconscia, come ci si sente nello scoprire che la nostra mente sceglie in modo inconsapevole una strada al posto di un altra? Come ci si sente nello scoprire che siamo noi i fautori del nostro destino?

Di certo, apparentemente, è più rassicurante pensare che tutto dipende dal biologico, cosi noi possiamo lavarcene le mani ed essere trattati come “povere vittime del destino crudele”. Il ricorso alla medicalizzazione dei tempi nostri ci toglie dalla possibilità di metterci in discussione, di affrontare le nostre difese, la nostra sofferenza, non c’è mistero perchè tutto può essere spiegato da un esame obiettivo. La cura prevede un percorso di accettazione passiva di una serie di direttive stabilite dal Professorone. Così si crea una situazione dove c’è un altro che ci dice cosa fare.

Come scrisse Lacan, il discorso psicoanalitico si differenza dal discorso del padrone e quello isterico perchè il soggetto diventa colui che ha un sapere su di se e l’analista si mette in una posizione d’attesa per favorirne la sua emersione.

Perchè i medici alimentano questo sistema prescrivendo farmaci con estrema leggerezza e visite specializzate? Per via del proprio narcisismo, l’invio sarebbe una grave ferita narcisistica poichè verrebbe vissuto come un fallimento personale. Nel modello medico vigila il discorso del padrone ed essere il padrone piace a tutti noi, ci fa sentire onnipotenti ed indispensabili per la vita delle persone. Anche l’esaltazione biologica e la minimizzazione dell’azione psichica è un rimando al proprio narcisismo essendo legato alla propria professione.

Quante volta ho sentito dire, dai medici di base, “beh ma io sono anche psicologo per il lavoro che faccio” affermazione che nasconde una svalutazione della funzione psicologica ed un esaltazione del proprio narcisismo.

Vi è anche un altro aspetto, il bisogno di dover piacere ai propri pazienti. Rispettare il proprio mandato etico porta, in alcune situazioni, ad essere anche odiati dai pazienti. Pensiamo ad un caso d’ipocondria, ad esempio, dove una persona si reca dal medico avendo già in mente di dover ricevere un farmaco, una visita specialista o un esame. Ora, se il medico rispetta l’idea del paziente diventa “bravo”, se invece inizia a cercare di fargli capire che forse sarebbe importante optare per un altra cosa si trasforma in quello “cattivo” con il rischio che possa andare da un’altro medico “bravo che fa quello che gli dice”.

A questo punto il medico dovrebbe fare una scelta molto difficile, rispettare il proprio mandato etico pensando al benessere del paziente oppure alimentare il proprio narcisismo, tenere buono l’altro, arrivare a fine giornata e tenersi stretto il paziente? Vi è anche un altro vantaggio, magari riesce a fare un invio ad un amico specialista che lo ringrazia con qualche favore o regalo cosi da guadagnarci due volte.

Fortunatamente ci sono anche medici che scelgono di tutelare l’aspetto etico, il discorso non è mai unidirezionale perchè ciò vale anche per i colleghi psicologici che tendono di ricondurre tutto ad una spiegazione psicologica ignorando gli aspetti medici. Il problema sussiste ogni qual volta si fa prevalere una parte sull’altra poichè si parte da un gravissimo errore funzionale: il dividere, lo scindere due elementi strettamente interconnessi fra loro, il corpo e la mente. Non a caso, nell’inconscio ci sono soprattutto tracce sensoriali. Freud, nell’interpretazione dei sogni, descrive che alcuni nostri sogni nascono da stimoli sensoriali interni al nostro corpo. Anche il malfunzionamento di un organo può dar vita ad un sogno.

Dott. Fulvio Cassese Informazioni

L’ipocondria: un corpo che soffre per e con la mente

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I sintomi caratteristici del disturbo (che nel DSM-5 si rimandano ai criteri diagnostici riferibili al Disturbo da sintomi somatici e al Disturbo da ansia di malattia, a seconda che vi sia o meno la presenza di sintomi somatici) sono la presenza di pensieri, sentimenti o comportamenti eccessivi rivolti ai sintomi somatici o a preoccupazioni sulla salute.

L’ipocondria è contraddistinto dalla forte convinzione di avere una malattia ecco perchè gli esiti negativi dei test medici, in fase diagnostica, non fanno altro che aumentare le ansie e preoccupazione del paziente. è come se la persona si dicesse che i medici non sono riusciti a fare una corretta diagnosi aumentando il mistero. Attacchi di panico: un mostro da distruggere o una voce fuori dal coro?

La paura della morte è secondaria alla presenza di una malattia, potremmo definirla come una sua conseguenza, ma, non rappresenta la preoccupazione primaria. La convinzione di essere malati spiega le continue ed incessanti visite mediche sostenute dalla persona, tutta la sua vita ruota attorno a questa ricerca.

L’esistenza di internet ha fornito un’ulteriore appoggio alle ansie ipocondriache dato che le persone che ne sono affette si informano, svolgono ricerche occupando le loro giornate anche in assenza del medico.

Come accade nel caso degli attacchi di panico, anche nell’ipocondria vi è una ricerca interminabile e sterile perchè si cerca l’oggetto sbagliato. Le sofferenze corporee rappresentano la manifestazione concreta, manifesta, fungono da comunicazione alla pari degli attacchi di panico.

La domanda da porsi è: di cosa sta soffrendo quella persona? qual’è la sua sofferenza interna che emerge nell’ipocondria?

Nell’ascolto di un paziente ipocondriaco si può avvertire, molto spesso, un grosso senso di confusione come se la mente fosse stracolma di preoccupazioni ansiose che risultano un condensato di tanti significanti inespressi.

Seguendo il pensiero Bioniano si assiste ad un accumulo di elementi beta, di afferenze sensoriali ed emotive elementari. Gli elementi beta sono contenuti non elaborati che possono essere avvertiti come angoscianti proprio perchè privi di un significato, sono insieme di sensazioni che possono essere solo sentiti.

In analisi si realizza anche un lavoro di reverie dove gli elementi beta vengono trasformati in elementi alfa, ovvero in pensieri, sogni. Questo passaggio permette l’apertura verso il mondo dell’inconscio, si passerà dall’ossessione della malattia alla nascita di una visione più aperta, profonda e ricca del proprio mondo interno.

La paura di essere malati potrebbe tramutarsi, ad esempio, nel timore di non sentirsi realizzato, di avvertire un vuoto interno, di non esser riuscito a superare un lutto di una persona cara o del tempo che passa, di aver vissuto un trauma……

Dott. Fulvio Cassese Informazioni

La bellezza e profondità dei luoghi misteriosi

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La psicoanalisi si reca nei luoghi dai quali tutti gli altri sfuggono per paura vivendo un esistenza dimezzata. A prescindere da tutte le diverse declinazioni teoriche, la psicoanalisi ha sempre avuto come oggetto d’analisi l’inconscio delle persone e questo è ciò che la distingue da tutti gli altri orientamenti psicoterapici.Attacchi di panico: un mostro da distruggere o una voce fuori dal coro?

Si parte dal presupposto che la mente umana non può essere ridotta solo al contenuto manifesto, ovvero le sue manifestazioni esterne. Chiunque di noi ha potuto fare esperienza, più volte, del contenuto latente il quale si può manifestare in condotte definite irrazionali, bizzarre, sintomi, malessere generalizzati, vuoti, sensazioni d’estraneità verso se stessi o il mondo circostante, in proiezioni esterne e nelle relazioni.

Se l’esistenza dell’inconscio non può essere negata per via dei suoi numerosi segnali che ci fornisce giorno dopo giorno, perchè essa è ancora messa in discussione? Perchè si fa così fatica, nonostante l’evidenza, a vederlo e sentirlo? Tutte queste difficoltà si manifestano attraverso una critica feroce ed ingiustificata al metodo psicoanalitico che ha l’unica colpa di recarsi nei luoghi più spaventosi e allo stesso tempo più affascinanti della nostra mente.

La risposta a questa domanda è molto complessa, il mistero ci affascina e allo stesso tempo ci spaventa mettendo in scena tutte le nostre fragilità, difficoltà, la nostra storia, la nostra intimità. Per non parlare dell’imprevedibilità e lo scarso controllo che possiamo esercitare sui contenuti psichici più profondi. Concetti divenuti pericolosi, inammissibili nella nostra società che ci impone, invece, di essere inumani ovvero forti, perfetti, egoisti, inespressivi e omologati.

Basti pensare a tutti i sacrifici che siamo disposti a fare pur di non ascoltarci d’avvero. L’affidarci solo a contenuti manifesti, razionali della nostra mente è una pura illusione che ci porta a condurre una vita fatta di vuoti, assenza di desideri e della bellezza derivante dall’unicità umana, piena zeppa di bisogni.

L’illusione sta nel fatto che l’inconscio più viene ignorato e più avrà vita facile potendo agire di nascosto dalla nostra attenzione cosciente. Ignorare una parte significativa di noi ci condurrà al famoso senso di vuoto, il processo è molto intuitivo da comprendere. Immaginiamo di decidere di accendere una piccola luce in un grosso palazzo, cosa accadrà? La poca luce ci permetterà di vedere solo una parte di una stanza e tutto il resto ci apparirà come buia e, dunque, vuota. La clinica ci insegna come il vuoto non è assenza di qualcosa, ma, paura di addentrarsi dentro di se.

IL vuoto si ricollega all’assenza di desideri e alla vita dimezzata. Nell’inconscio, infatti, c’è tutto di noi, ci siamo noi. Se limitiamo la nostra attenzione solo ad una piccola parte di noi, come potremmo mai entrare in contatto con i nostri desideri?

Nel senso comune facciamo una gran confusione fra domanda e bisogno attribuendo al secondo il nome del primo. Il volere una macchina nuova, un cellulare, un oggetto qualsiasi e talvolta anche le persone è un bisogno in quanto è strettamente correlato a quell’oggetto tant’è che solo il suo possesso può far avvertire un sollievo momentaneo. Il desiderio, invece, è svincolato, come affermava J.Lacan nel testo “Formazione dell’inconscio” (1957-1958), dall’oggetto concreto e dalla domanda rivolta ad esso. Il desiderio ha sempre una radice inconscia, desiderare di essere un medico può attingere, ad esempio, al desiderio inconscio di aiutare gli altri nella speranza di risolvere una propria questione interna. Esso è avvolgente, richiede un lungo lavoro interno d’adattamento alla realtà e non può mai essere espresso così come presente nella nostra mente dovendo adattarsi ai limiti esterni, ci si trova un compromesso.

Per questo motivo, ci lascia sempre un pò sospesi, ma, allo stesso tempo ci permette di vivere tutto sommato felici e sereni perchè ci rende in grado di esprimere tutta la nostra personalità, è complesso, profondo, unico e dunque affascinante. Il bisogno, invece, è legato solo alla sua utilità e per questo ci lascia sempre un vuoto interno non soddisfacendo il nostro desiderio inconscio e rendendoci uguali a tutti gli altri.

Dott. Fulvio CasseseInformazioni

La medicalizzazione dell’Autismo: che orrore!

La tendenza odierna è quella di far rientrare tutte le psicopatologie nella più ampia categoria della disabilità.

Il termine disabilità si riferisce ad un alterazione delle abilità sociali, rispetto alla norma, in seguito ad una menomazione. Che cosa succede nel momento in cui l’Autismo, ad esempio, viene fatto rientrare in questo calderone? Un disastro!

La prima conseguenza più immediata è la medicalizzazione, ovvero un processo in cui tutto viene rimandato alla biologia. L’Autismo, in questi casi, diventa un’alterazione biologica dove viene eliminato, ucciso il soggetto e qualsiasi tentativo di soggettivizzazione rafforzando il punto cardine del funzionamento Autistico.

Nel mondo Autistico le persone sono dei burattini o delle bambole da tenere sotto controllo e qualsiasi elemento di vitalità, di autonomia spaventa perchè apre all’alterità, alle differenze fra interno ed esterno, all’imprevedibilità.

L’assenza della libertá individuale rappresenta proprio la condizione legata al determinismo biologico, dove non vi sono altre strade percorribili.

Questa visione porta ad un secondo orrore, l’idea di dover addestrare gli autistici. Tutta la complessità del caso viene ridotta all’esibizione di comportamenti sbagliati da correggere.

Ed ecco che ha inizio un braccio di ferro, vi sono due mondi che si scontrano dove ognuno cerca, in tutti i modi, di prevalere sull’altro. Chi vincerà?

Nella mia esperienza ha sempre vinto l’Autismo poichè il suo punto forte è la persistenza, la lotta dura fino ai 17 massimo 18 anni d’età. A questo punto, il mondo normale si arrende dicendo che “dai 18 anni in su il carattere si è formato e non può essere più cambiato, non vi possono essere nuove acquisizioni”.

Questa lotta può portare all’acquisizione di qualche piccola abilità, ma, essa rappresenta una magra consolazione, é come dire “abbiamo perso la guerra, ma, siamo riusciti ad uccidere qualche soldato nemico”.

La lotta porta ad un aumento della consapevolezza, da parte dell’Autistico, che l’altro mondo è minaccioso, pericoloso perchè si impone violentemente con le sue regole ferree. Come si nota, in tutto questo discorso gli affetti non hanno raggion d’esistere.

Nessuno si preoccupa di quello che prova, sente il ragazzo, della sua paura, angoscia ed il sentirsi non accettato dalla propria famiglia e la società.

La medicalizzazione dell’Autismo porta all’assistenzialismo e all’addestramento eliminando qualsiasi domanda di psicoterapia. A che serve la psicoterapia se la mente viene uccisa, annullata?

Se tutto dipende dalla biologia, allora i rapporti umani sono esclusi o visti solo in termini di sequenza di azioni da svolgere correttamente. L’esperienza clinica mi ha fatto ripensare, spesso, all’idea di Winnicott riguardante la presenza di tre elementi nella nascita dei quadri psicopatogeni: l’ambiente, la genetica ed il carattere del singolo soggetto.

La parola funzionamento ci avvicinerebbe ad una visione più realistica prevedendo una costellazione mentale che trova la sua espressione ultima, manifestazione concreta nei comportamenti.

Far rientrare l’Autismo nella psicopatologia é l’unica speranza per avvicinarci alla loro umanità, al loro mondo creando un ponte e non una trincea.

Nella disabilità, cosi come viene intesa nel senso comune, c’è solo da dispiacersi, compatire e trovare un supporto concreto. Tutto resta immutato, elemento chiave del funzionamento Autistico.

Le psicopatologie, invece, vengono accolte, ascoltate, interpretate. Questo lavoro crea le basi per la costruzione di un rapporto umano, molto intenso con l’analista. Si crea un area terza, d’incontro, dove poter fare esperienze nuove. Vengono presentati nuovi modelli relazionali che in modo indiretto coinvolgono anche la famiglia.

I professionisti che hanno la possibilità di lavorare con i bambini conoscono benissimo l’importanza di un lavoro di rete con la famiglia perchè il figlio/a incosciamente incarna il desiderio della coppia. La sua “immaturità” non gli ha permesso, ancora, di potersene separare al punto da legittimare il proprio di desiderio assumendo una posizione adulta. Beninteso che questo processo non sarà mai completo perchè il nostro desiderio adulto conserverà sempre traccie di quello dei nostri genitori. Per questo motivo, se un bambino con il lavoro psicoterapico inizia ad assumere una sua posizione personale il lavoro viene interrotto o attaccato incosciamente dalla famiglia se quest’ultima non svolge un lavoro parallelo per accettare questo distaccamento prendendo consapevolezza del proprio desiderio come coppia e genitori.

La stessa situazione, data la regressione dell’Autismo, si ripresenta con i ragazzi Autistici ecco perchè è fondamentale svolgere un lavoro anche con la famiglia. Ovviamente questo non è un atteggiamento giudicante perchè non servirebbe a nessuno andare alla ricerca di un colpevole, sarebbe una caccia alle streghe inutile ed assolutamente improduttiva alla clinica. Però, allo stesso tempo, non possiamo tralasciare il nostro mandato etico, professionale ed umano prendendo in giro le persone affermando cose false pur di non offendere la suscettibilità di nessuno. Anche questo atteggiamento risiede nella medicalizzazione dell’Autismo, se tutto può essere ridotto solo alla medicina allora non ha senso lavorare sui rapporti.

Con questo atteggiamento le famiglie potranno sentirsi apparentemente più sicure perchè non dovranno mettersi in discussione, ma, ciò lo pagheranno a caro prezzo con la solitudine, la confusione e l’immobilità. Non avranno uno spazio psicoterapico in grado di accogliere il loro dolore, sentirlo ed elaborarlo.

La medicalizzazione dell’Autismo trova campo fertile nelle istituzioni sanitarie perchè richiede un investimento immediato ridotto, solo l’assistenza costa meno dell’aggiunta della psicoterapia, ma continuativo nel tempo. La prospettiva futura non conta, in generale, nella politica visto che i dirigenti non hanno certezze sulla durata dei loro mandati, a loro che importa fare un lavoro che darà i propri frutti fra 10anni?

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Attacchi di panico: un mostro da distruggere o una voce fuori dal coro?

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Nel manuale diagnostico, l’attacco di panico viene fatto rientrare fra i disturbi d’ansia.

Il motivo risiede nella presenza di un ansia generalizzata, ovvero un sentimento opprimente privo di un oggetto apparente.

La persona che ne soffre si sente soffocare, inizia a tremare, sudare freddo, avverte tachicardia, teme di svenire e di poter morire d’improvviso. Subito dopo l’attacco di panico, si avverte stanchezza, disorientamento e fastidi allo stomaco.

In questi momenti, l’unica idea è quella di fuggire per far cessare tutte queste sensazioni sgradevoli e, soprattutto, che spaventano per via del loro mistero.

La persona non è in grado di riferire cosa ha prodotto l’attacco di panico, prova a legarlo a qualche evento dandosi una spiegazione, ma, questa non è mai soddisfacente.

Allora si iniziano una serie di prove causali riferite a qualsiasi situazione che in qualche modo possano essere collegata al contesto dove si è generato la prima crisi.

Ben presto, il soggetto si trova paralizzato in una gabbia di terrore, anche quando non vi è un attacco di panico si genera l’ansia anticipatoria, uno stato d’agitazione per via di un possibile nuovo attacco. Tutte le prove apparenti fanno ipotizzare ad un attacco, una minaccia che deriva da situazioni esterne.

Chi cade in questo tranello, inizia a concentrarsi sui sintomi lavorando varie strategie per rendere le persone più sicure di se. Si inizia a seguire un copione, una serie di cose da fare quando sopraggiunge l’ansia. Questo approccio potrebbe avere una qualche efficacia nell’immediato, ma poi? Cosa succede con il trascorrere del tempo? Nulla, nel senso che l’evitamento prende il sopravvento oppure la persona si concentra così tanto sui sintomi da diventarne suo schiavo facendo il gioco della patologia.

Più ci si convince di dover “combattere il mostro” e più le pareti della gabbia si stringono. Se ci soffermiamo sulla terminologia, la parola attacco rimanda ad una situazione d’emergenza dove non vi è spazio per il pensiero. Eppure i pazienti riportano di non poter fare a meno di pensare, iniziando ad ipotizzare che il loro problema risiede proprio nel “pensarci continuamente”.

L’attacco di panico spinge nella direzione dell’annullamento di qualsiasi forma di pensiero e ci riesce, perché quello che viene descritto dai pazienti non è un pensiero, ma, un’incessante preoccupazione e tensione interna.

Con la parola pensiero ci si riferisce, invece, ad un flusso d’idee che si susseguono alleggerendo la nostra mente e permettendoci di essere soggetti creativi, ovvero di vedere una stessa cosa da diversi punti di vista.

Chi soffre di attacchi di panico, invece, si fissa solo sulle crisi, essendone profondamente angosciato, non avendo la mente libera per poter associare liberamente, vagare, lasciarsi andare pensando, costruendo immagini mentali e metaforiche.

Un’altra caratteristica, in coerenza con il quadro descritto, è l’assenza del ricordo di sogni. Tutt’al più, in alcune situazioni, al risveglio si riesce a ricordare solo immagini angoscianti perché anche il sonno notturno può essere disturbato.

Si potrebbe dare una nuova definizione agli attacchi di panico, un attacco al pensiero ed i suoi derivati. Ma perché la persona non può più pensare? Chi attacca la nostra mente in quei momenti? Paradossalmente è proprio la mente che si attacca come forma di protezione. È un po’ quello che succede con il salvavita di casa che crea un arresto del flusso di corrente quando segnala un possibile pericolo, un corto circuito.

In questo caso, ci accorgiamo che non c’è più corrente ed andiamo a verificare dov’è il possibile guasto. Ed è proprio questo che andrebbe fatto, è questo controllo che permette il successo terapeutico. Se ci si concentra solo sul sintomo, sulle strategie da attuare, non si fa altro che continuare in modo incessante ad accendere il salvavita. Ma cosa succede quando non ripariamo il guasto? Semplice, che il salvavita si attiva continuamente.

Iniziare un braccio di ferro con i sintomi, in generale, non ha mai senso in quanto essi sono, come lì definì Freud, la soluzione migliore che la nostra mente ha trovato per difendersi. I sintomi sono anche delle difese, sono il nostro salvavita e toglierle rischia solo di farci prendere una forte scossa mortale. E allora che fare? Smetterla di insistere, di combattere, sarebbe una battagli persa in partenza perchè essi provano a proteggerci dalla forte angoscia.

Non c’è nulla che ci spaventa più dell’ignoto e gli attacchi di panico provano a dare un senso, un nome ad un sentimento che sarebbe molto più angosciante se associato al nulla, al buoi. È per questo motivo che vanno ascoltate, d’altro canto è sempre una parte noi stessi che sta provando a parlare, a comunicarci qualcosa.

Non esiste nessun mostro, siamo sempre noi che stiamo parlando e lo facciamo in questo modo perché, magari, potremmo dire qualcosa che non ci piace ascoltare, d’impopolare per il resto della nostra persona. Se, invece, la imbavagliamo, questa parte di noi proverà in tutti i modi, con sempre più insistenza, a farsi sentire.

Una psicoterapia ha successo quando riesce a creare le condizioni per permettere l’ascolto di questa parte, trovargli un proprio spazio per esprimersi liberamente, a parole. È a questo punto che si ripristina il pensiero ed il salvavita smette di scattare, adesso la persona può conoscere tutte le sue parti, metterle in contatto fra di loro recuperando la sua integrità personale e provando a trovare il giusto compromesso per garantire una convivenza, dove si discute, si litiga, ma, alla fine si giunge ad un compromesso che accontenta un po’ tutti evitando guerre e tentativi di soppressioni.

Mettere in parole, esprimere e dare un senso a ciò che prima era indicibile è un passaggio fondamentale nel processo psicoterapico. Ma cos’è questo indicibile? Il proprio desiderio, esprimerlo è cosi difficile perchè nel momento in cui viene enunciato la persona se ne fa carico dovendo preoccuparsi della sua realizzazione. Perseguire il proprio desiderio è sempre un azione parziale poichè esso incontra la realtà, scontrandosi talvolta con essa se non si riesce a trovare il giusto compromesso accettando di perdere qualcosa, creando dei residui.

L’appropriazione del proprio desiderio è strettamente interconnessa allo sviluppo individuale e soggettivo. Scegliere di coltivare la propria autenticità e persona è un gesto altamente complesso. Esso richiede l’accettazione del proprio inconscio, della finitezza della vita rinunciando al narcisismo infantile,tollerare la frustrazione dell’attesa, tollerare di essere mancanti di qualcosa facendo un vuoto(imperfetti, fragili), vivere in solitudine, prendersi dei rischi esponendosi.

Freud affermò che la prima forma di pensiero, nell’infante, nasce nel momento in cui il bambino sente la fame ed inizia ad allucinare la presenza del seno in sua assenza. Il vuoto, l’assenza di qualcosa è la condizione necessaria per la formazione del pensiero ecco perchè riusciamo a pensare, in modo autentico, quando ci fermiamo o siamo soli, in mezzo alla folla e con l’agenda piena abbiamo solo la sensazione di fare tante cose.

L’essere soli è un atto di coraggio, è uscire dalla conformità, massa e il sentirsi tutt’uno con gli atri. Se tutti fanno una cosa è rassicurante perchè ci fa sentire in compagnia contrastando la solitudine. Il perseguire il proprio desiderio è sempre un atto di solitudine dato che l’inconscio di ogni singolo individuo è strettamente personale, è impossibile trovarne due uguali.

Queste considerazione ci danno un’idea di come sia complessa farsi voce del proprio desiderio e zittirlo, conformandosi alla realtà esterna, potrebbe apparire come un’operazione semplice ed immediata, ma, essa viene pagata a caro prezzo. I sintomi degli attacchi di panico potrebbero essere una delle conseguenze di questa sordità, ci si trova a fare una lotta infinita e stremante con se stessi perdendo tutta la ricchezza di se stessi dato che non si può scegliere cosa zittire e cosa ascoltare, se l’inconscio viene ignorato lo si fa nella sua interezza perdendo la nostra linfa vitale, arrivando a sentirci delle macchine che si trascinano nella vita governate da un padrone esterno.

 

Dott. Fulvio Cassese

Quando una comunità terapeutica si trasforma in un dormitorio?

Le comunità riabilitative, l’S.R.T.R., hanno un mandato molto complesso e difficile: occuparsi della riabilitazione di pazienti psichiatrici. La loro origine è fortemente legata all’eredità della legge Basaglia, la quale prevedeva la chiusura degli ospedali manicomiali.

L’avvento delle comunità ha portato un cambiamento molto importante in psichiatria riuscendo a combattere il degrado presenti negli ex manicomi. I pazienti iniziano ad esser considerati come individui che meritano di vivere in un modo dignitoso e che hanno qualcosa da dire.

La presenza dello psicoterapeuta in comunità ha permesso di introdurre l’ascolto del paziente, del suo disagio e delle sue difficoltà. Le strutture permettono di ospitare persone che non avrebbero possibilità di vivere altrove, per svariati motivi, contrastando anche in parte il fenomeno degli homeless.

Nei casi in cui ci sono grossi scontri familiari, la possibilità di introdurre un terzo nella mediazione con i familiari, la comunità, potrebbe prevenire aggressioni interne alle mura domestiche oppure TSO. Potremmo dire che le strutture assolvono pienamente alla sua funzione materna, prendendosi cura del paziente attraverso un accudimento continuo e completo dei pazienti. Nutrono con il cibo, le cure mediche, si prendono cura della pulizia, distribuiscono sigarette e caffe ai suoi ospiti. Vi è, insomma, un’attenzione molto scrupolosa ai bisogni primari dei pazienti che vengono soddisfatti anche in modo dilazionato, introducendo l’attesa rispettando degli orari fissi.

Le giornate vengono scandite da momenti prestabiliti, la presenza di un programma ben strutturato rappresenta un elemento riabilitativo molto importante in quanto introduce l’ordine, fornisce una cornice all’interno della quale potersi muovere, contiene il disordine e la deframmentazione psicotica.

Le attività terapeutiche e riabilitative sono un altro elemento fondamentale in permettendo l’elaborazione di vissuti personali attraverso l’apporto del gruppo, la socializzazione e la condivisone dei propri pensieri.

Ma che cosa succede quando questo lavoro viene ripetuto per anni? Cosa succede quando l’equipe medica inizia a funzionare in modo psicotico?

L’accudimento è una prima parte molto importante perchè favorisce la compensazione dello stato clinico dei pazienti, ma poi? Come ben sappiamo, alla funzione materna andrebbe affiancato anche quella paterna.

La funzione paterna dovrebbe favorire la conclusione del percorso terapeutico in struttura e la stipulazione di nuovi progetti riabilitativi e d’integrazione sociali in base alle condizioni attuali del paziente. Nei casi più auspicabili, ci dovrebbe essere la possibilità di un inserimento graduale e guidato nel contesto sociali.

Le altre soluzioni potrebbero essere l’inserimento in una struttura socio-riabilitativa oppure in RSA, nel caso in cui il paziente dovesse essere prossimo all’età senile. Chi dovrebbe stabilire quando e se il progetto terapeutico in S.R.T.R. è concluso? Di certo non la struttura che ha interessi economici a trattenere il paziente. Ecco comparire la prima contraddizione, la comunità ha il mandato di riabilitare il paziente anche se i suoi interessi economici vanno in una direzione opposta. La dimissione di un paziente equivale ad una quota mensile in meno e, dunque, ad una pronta telefonata dall’amministrazione che chiede chiarimenti sulla diminuzione del numero degli ospiti.

Negli anni scorsi, questa contraddizione non era cosi presente dato l’elevato numero di pazienti presenti nei vari territori Italiana e lo scarso numero di comunità. Oggi giorno si assiste ad una diminuzione delle risorse ed una più consistente presenza di S.R.T.R nelle diverse regioni. Le strutture si trovano a fronteggiare il problema di andare alla ricerca di nuovi inserimenti, dunque, figuriamoci se favorirebbero le dimissioni di pazienti compensati considerando anche l’incognita di nuovi possibili inserimenti. Come si può trattenere i propri pazienti non avendo in mente la fine?

Scoraggiando ogni possibile movimento d’autonomia, ostacolando la formulazione di progetti di vita. Il pensiero non può essere alimentato e l’equipe medica inizia a funzionare tenendo, inconsciamente, a bada le emozioni ed il pensiero limitandosi ad occuparsi dei bisogni primari.

I colloqui individuali con i pazienti vengono contenuti e, comunque, riguardano solo ed esclusivamente questioni pratiche (la partecipazioni alle attività, i permessi, la gestione dei soldi e sigarette, ecc..). IL tempo sembra essere fermo, immobile, eterno sia per il paziente che per il personale sanitario.

Una possibile separazione non viene considerata in quanto si evidenziano solo gli aspetti disfunzionali del paziente, come se la riabilitazione equivalesse ad una cura “magica” degli aspetti psicotici di personalità. La fissità temporale si ricollega ad una impossibilità di immaginare la separazione la quale attiva, subito, negli operatori pensieri persecutori e mortiferi: vedrai che se esce si fa un TSO, inizia a litigare con la madre, e se va via da qui dove potrebbe andare a vivere? Non ha nessuno, è solo.

Ancora un volta l’equipe medica si trasforma in una “madre accudente” che si prende cura dell’allattamento del paziente. Le riunioni d’equipe riflettono il funzionamento psicotico degli ospiti della struttura essendo contraddistinte dall’assenza di pensiero. Vengono trattati solo questioni pratiche ed organizzative, non si discutono gli aspetti clinici dei casi, gli operatori conoscono tutto dei loro pazienti non richiedendo mai una supervisione, l’aiuto di un esperto esterno alle dinamiche istituzionali.

Tutto ciò che deriverebbe dall’esterno verrebbe visto come non adeguato, solo gli operatori di quella comunità sono i detentori della conoscenza poiché hanno dei contatti continui ed intensi con i pazienti. I rapporto sono così invischiati che si fatica a capire quali sono i ruoli, chi è il paziente e l’operatore. Vengono usate parole che potrebbero sembrare affettuose, quali “amore mio, tesorino, cucciola” accompagnate da abbracci e baci da parte del personale medico. L’operatore si spoglia del suo ruolo terapeutico e riabilitativo vivendo l’illusione di potersi sostituire ai genitori dei pazienti.

Si passa dai rapporti professionali, medico- paziente, ad una relazione amicale dove l’unico obiettivo riabilitativo sembra essere quello di far rispettare le regole comunitarie, cosi “sono tranquilli e non creano problemi, alleggerendo il lavoro dell’operatore”. Il futuro diventa il presente, ovvero non ci sono progetti rivolti all’esterno e che introdurrebbero la separazione nel rapporto fusionale che si crea fra il paziente e la struttura. Si da vita, così, al seguente discorso latente: “tu hai bisogno di me, ed io ho bisogno di te. Quindi teniamoci e vogliamoci bene.” Ecco come una comunità terapeutica si può trasformare in un dormitorio.

E perché nessuno interrompe questa follia a due? I CSM, talvolta, colludono con la follia istituzionale perchè il ricovero del paziente gli permette di fronteggiare le loro carenze di risorse, sia materiali che mentali. La dimissione di un paziente li pone, difatti, subito di fronte al problema di doversi tornare a far carico, da solo, del caso clinico non potendo più contare sull’apporto della comunità.

Cosa dire della società? L’idea del dormitorio non incontra l’esigenza delle persone di difendersi dalla patologia psichiatrica creando dei luoghi dove i pazienti vengono reclusi? Allo stesso tempo, la maggiore apertura delle comunità riesce a mitica i sensi di colpa della società che si può ritenere innocente dall’idea di aver ricreato nuovi manicomi aperti?

Ad un occhio attento sarà possibile notare come in alcuni paziente intrappolati in questi contesti fusionali sia possibile notare la nota sindrome da istituzionalizzazione. Parliamo di casi dove il paziente non presenta mai il desiderio di uscire dalla comunità, riesce a vedere il proprio futuro solo in un altro contesto istituzionale. Presenta una scarsa autonomia, si adagia sulla presenza degli operatori affidando a loro la gestione della sua vita. Verbalizzano lamentele che rimangono tali, ovvero una lista di cose che non funzionano nella struttura. il paziente vive nella convinzione, supportata dall’atteggiamento istituzionale, che non ha la possibilità o la speranza di poter vivere altrove.

Dott. Fulvio Cassese

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Alice attraverso lo specchio

Il film “Alice attraverso lo specchio” sembra rappresentare una continuazione del precedente, la protagonista è alla prese con tematiche adolescenziali e sullo sfondo resta vivo il mondo fantastico infantile che aveva caratterizzato “Alice nel paese delle meraviglie”.

Il titolo del film ci potrebbe fornire una prima riflessione importante, riprendendo il pensiero Winnicottiano, cosa vede Alice attraverso lo specchio?. Dalle prime scene del film emerge una “ragazzina” spavalda, che affronta la tempesta credendo che “l’impossibile sia possibile”. La sua onnipotenza la conduce a compiere una manovra avventata per superare i suoi inseguitori quasi come se si divertisse a sfidare la morte avvicinandosi al pericolo.

È solo il taglio della vela, compiuto nel momento giusto, che le permette di sfiorare la roccia senza toccarla. Alice sembra essere alle prese con i suoi oggetti interni, la nave era di proprietà del padre e lei si scontra con la madre sentendola lontana e diversa da Se.

La protagonista vorrebbe essere suo padre e la rivalità con la figura materna non le permetterebbe di identificarsi con la madre avvertita come pericolosa, come i “pirati dal quale fuggire”. Questa situazione avrebbe delle ripercussioni sulla sua femminilità e per questo Alice si lancia nello specchio per vedere cosa c’è dentro, perchè l’immagine riflessa sembra essere instabile così come potrebbe essere la sua identità di donna.

Nel suo viaggio la protagonista riscopre il suo mondo fantastico infantile indebolito ed intaccato dalla morte, dal tempo ovvero dai limiti della realtà. Il suo primo tentativo è quello di ripristinare lo stato delle cose, di riportare tutto com’era prima.

Aiutare il cappellaio matto a riportare in vita la sua famiglia sembra essere un tentativo disperato di ritornare ad essere la bambina del suo nucleo familiare che ha un conto da saldare, chiedere scusa al padre. A questo punto compare il terzo, il nome del padre ovvero il tempo, il limite che gli ricorda “di non essere un ladro, che il passato non può essere cambiato, che possiamo solo imparare dal nostro agire passato”.

Alice prova a sfidare il tempo, è convinta di poterlo cambiare e quando ci prova fallisce incominciando ad intuire che l’impossibile non può esser possibile, facendo esperienza di un limite che non può più essere sfiorato come era successo con le rocce nella tempesta.

A questo punto viene fatta una scoperta molto importante, significativa per il processo di crescita di Alice. Il passato non può essere cambiato, ma, lo si può guardare da un punto di vista diverso. La protagonista scopre che i genitori del cappellaio matto erano ancora vivi ed erano stati rapiti dalla strega cattiva, la figura materna preedipica.

Alice passa dall’azione, il voler cambiare le cose concretamente, all’osservare gli avvenimenti. Questa situazione sembra sovrapponibile alla magia che si realizza nella stanza d’analisi, quando gli agiti lasciano il posto al pensiero, alla conoscenza dell’inconscio.

Sullo sfondo compare anche la rivalità fra fratelli, infatti, ricostruendo la storia si umanizza la regina la quale era mossa dal rancore per la bugia raccontata dalla sorella alla madre. Il ricevere le scuse era l’unica cosa che la regina di cuori avrebbe voluto ascoltare poichè esse rappresenterebbero una legittimazione della sua rabbia, un riconoscimento della sua soggettività, del suo essere umano. Al suo dolore viene dato parola, trova una spiegazione permettendo alla donna di comprenderne l’origine e, dunque, il significato.

Le scene conclusive del film sono molto significative e toccanti perchè mostrano un Alice diversa, più donna che ragazzina spavalda la quale si riappacifica con il tempo aiutandolo a rimediare ai danni causati dal suo agire. Mostra di aver fatto esperienza dell’impossibilità di cambiare il tempo ringraziandolo, quasi, di essere stato sempre presente non mollando mai la presa su di lei.

Nel salutare gli oggetti magici del mondo infantile, Alice chiede giustamente al cappellaio matto dove finirà tutto ciò che ha vissuto. Il cappellaio ci ricorda come le tracce della nostra infanzia restando dentro di noi, come in ogni adulto c’è sempre il bambino/a che siamo stati. Alice recupera anche la sua identificazione materna, adesso le due donne sembrano essersi riappacificate, la protagonista si è costituita una sua identità la quale viene accetta e rispettata dal suo genitore.

Ci potremmo domandare, adesso, cosa vedrà Alice quando si guarderà allo specchio?

Dott. Fulvio Cassese  

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Zitto e fermo!

(Dialogo simulato):
Genitore: Dottore sono preoccupata, mio figlio è malato.
D: cosa ha?
G: non ascolta, non vuole studiare, non ci rispetta, urla, è prepotente e lascia tutti i giochi in disordine. Poi con alcuni adulti
è educato.
D: ma signora lei lo porta a giocare al parco, a correre all’aria aperta con gli amici?
G: no, suderebbe e si ammalerebbe. Lui preferisce giocare alla play
D: lo sgrida, lo rimprovera, lo punisce? quando fa qualcosa di grave gli da un piccolo schiaffetto sul sedere?
G: no perchè mi sentirei in colpa. Poi sono contro la violenza.
D: quindi il bambino sembra essere affetto da un disturbo molto comune che colpisce tutti i bambini del mondo: fare il bimbo. Siamo sicuri che non sia lei ad avere qualche difficoltà?
Cosa succede quando un bambino fa il bimbo ed un adulto non fa l’adulto?!

#bambino #gioco #dottore #genitori

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L’importanza della qualifica professionale

Chi si farebbe operare da un attore di Grey’s Anatomy? Chi si farebbe seguire in una causa penale da un appassionato di Law and Order?
Nessuno.
Allora perchè affidare la propria salute psichica a persone non qualificate?!
I counselor non sono psicologi o psicoterapeuti, ma, persone che danno consigli così come potrebbe fare un nostro caro amico o familiare.
Finalmente adesso tutto ciò è legge.

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