La presa del capitalismo

Il capitalismo secondo Marx

La situazione odierna sembra confermare le previsioni formulate da Marx, una realtà dove la fonte di guadagno si basa sul capitale umane e non più sul prodotto.

I prezzi dei prodotti sono sempre uguali, i margini di guadagno delle aziende si calcolano sul risparmio che si può ottenere dal salario e numero di lavoratori. Le aziende sfruttano gli incentivi statali, trasferiscono i loro stabilimenti in base alle nuove leggi, alimentando il precariato e la lotta al ribasso del salario e dei diritti sul lavoro.

Le riforme, come la cancellazione dell’articolo 18, sono orientate ad eliminare diritti che sono stati ottenuti con la morte di milioni e milioni di persone che hanno lottato, dato tutto per ottenerli. Ecco perchè la storia non si deve conoscere, bisogna eliminare questa coscienza per rendere tutto più semplice. 

Ma come vengono realizzate queste riforme? Spostando la questione, chiamando in causa un terzo a noi apparentemente esterno che ci rende impotenti ed inerti: i mercati Europei. 

Lo spostamento sui mercati

Ma cosa sono questi mercati? Siamo noi, tutto dipende da noi, il paradosso è che noi viviamo un forte senso d’impotenza quando in realtà il capitalismo dipende da noi, siamo noi ad alimentarlo e garantirne la sopravvivenza nei piccoli gesti che compiamo giorno dopo giorno.

Ogni volta che acquistiamo i prodotti su una famosissima piattaforma online che promette consegne in giornata, ma, come ci riesce? Semplice, montando dispositivi gps sui propri dipendenti per valutare quanti km percorrono durante il loro orario di lavoro ed usando questo dato come minaccia. 

Quello che spaventa è il principio che ne è alla base, il trasformare il dipendete in un cavallo da traino, in un robot che non può ammalarsi, invecchiare, avere figli, avere una qualsiasi forma di calo che subito viene rimpiazzato, mandato al macello. Lo stesso vale quando, fieri di noi stessi, acquistiamo prodotti a bassissimo prezzo. Quante volte, però, ci fermiamo a chiedere come sia possibile realizzare quell’oggetto, ricevendone un guadagno, con un prezzo cosi? 

La risposta è molto semplice, il guadagno viene ricavato dalla forza lavoro, ad esempio basta produrre un oggetto in quei paesi dove c’è un tasso di povertà che permette di sfruttarli a proprio piacimento. Si usa la loro disperazione, anzi gli stati sono portati ad alimentare la loro debolezza per mantenere inalterata la situazione e poter agire liberamente senza dover sottostare ad alcuna legge che tuteli i bambini e adulti lavoratori. 

La linfa del capitalismo: il nostro funzionamento mentale primitivio

Se il capitalismo porta solo morte, di vite umane e della natura, allora perchè è cresciuta? Perchè continua in modo inarrestabile la sua corsa e diffusione nel mondo? Eppure è una struttura disumanizzante che si nutre della vita delle persone, inquina, distrugge la vita emotiva e le relazioni umani, la conoscenza, l’arte e la voglia di sapere creando solo mercenari ed operai, gente che sa fare senza essere. 

Potremmo dire che il successo del capitalismo derivi dal suo alimentarsi delle nostre parti più infantili e primitive, dei nostri bisogni narcisistici ecco perchè c’è ne lamentiamo non potendo fare a meno di alimentarlo. Il mondo proposto dal capitalismo è affascinante, superficialmente, però, esso richiede una forte rinuncia, è come aver fatto un patto con il diavolo barattando la propria anima, vitalità ed umanità, per degli oggetti ed uno stile di vita che non ci soddisfa d’avvero essendo patologica ed infantile. è da questa scoperta che sembra generarsi la sofferenza psichica odierna. https://fulviocassesepsicoterapeuta.com/2017/10/25/attacchi-di-panico-un-mostro-da-distruggere-o-una-voce-fuori-dal-coro/

In primis in questo sistema capitalista viene distrutto il senso del limite, si può e si deve avere tutto a prescindere dalle proprie possibilità economiche. Ecco perchè tutti gli oggetti si possono trovare anche a prezzi molto bassi, ci lascia l’illusione che tutto può essere acquistato, non esistono più confini fisici. Usando internet si può acquistare un prodotto presente in qualsiasi parte del mondo. Potremmo aggiungere che gli stessi oggetti si possono trovare d’ovunque, vi è un uguaglianza che schiaccia la particolarità e l’identità dei singoli popoli. 

Perchè l’assenza di limite è patologico? La sua accettazione deriva dalla maturità psichica, essere adulti significa accettare i propri limiti e muoversi all’interno di quelli dando vita a pensieri creative, accettare la finitezza della nostra vita ci permette di rendere speciale i momenti della nostra esistenza consapevoli che non si ripeteranno. 

Il limite ci permette di relazionarci con gli altri senza sentirci invasi oppure senza invadere l’altro, significa accettare la fine di una relazione senza uccidere la propria donna o suicidarsi.  

Quest’acquisizione psichica apre anche ad un altra situazione molto complessa, l’accettazione della perdita che a sua volta apre al desiderio. In analisi si usa il termine di “fare il lutto del proprio ideale” che ci permette di accettare un figlio o figlia in modo incondizionato rispettando la sua autenticità e fornendogli lo spazio necessario per fare emergere la sua identità. 

Il problema del narcisismo

La rinuncia al proprio ideale viene vissuta come una ferita narcisistica, pensiamo a quelle persone o studenti che vivono delle loro bugie e quando non sono più in grado di sostenerle potrebbero non reggere il peso della verità. Quanti studenti avevano una vita parallela e nel momento in cui non potevano più sostenere la loro falsa hanno preferito suicidarsi che affrontare la realtà. La creazione delle bugie conduce alla formazioni di parte di Sè che vivono in modo scisso e la loro integrazione può essere molto pericolosa. 

La rinuncia conduce al desiderio perchè esso non è mai completo, la sua soddisfazione richiede sempre un sacrificare qualcosa, ad esempio perseguire il desiderio di convivere o sposarsi presuppone una perdita di parte del proprio egoismo. Freud spiegò molto bene l’innamoramento, uno stato in cui parte della libido viene spostata dall’investimento sul proprio Sè sull’altro. 

Il bisogno non è desiderio

é molto importante non confondere il desiderio con i bisogni, il capitalismo si alimenta solo dei secondi. Il volere una macchina o cellulare nuovo è un bisogno perchè non è duraturo, basta un problema o l’uscita di un nuovo modello per farci disinnamorare di esso, non ci soddisfa perchè ci sarà sempre chi ne possiede uno migliore, più bello e costoso del nostro. Ci assolve tanto all’inizio per poi stufarci poichè non deriva dalla nostra volontà e storia personale, ci viene indotto dall’esterno. A che serve avere un cellulare che si sblocca con lo sguardo? A nulla, però noi siamo fortemente convinti che sia indispensabile. 

La ricerca dell’ultimo modello ci conduce anche ad un’altra questione correlata al limite, il tempo. I nuovi modelli sono più veloci, e dunque? Ovviamente qui si parla di frazioni di secondi eppure per noi sono fondamentali, come se dovessimo sempre correre a mille. Lo slogan del capitalismo è “tutto e subito”, ma non vi ricorda quello dei bambini? Certo, il tutto e subito è un bisogno, non un desiderio che necessità del tempo per potersi sedimentare dentro di noi. Il desiderio va desiderato e questo richiede tempo, invece la fame del neonato è un bisogno perchè va soddisfatta subito altrimenti viene minata la sua sopravvivenza. Questa minaccia non sembra ricordare quella pressione che si avverte nel dover acquistare qualcosa di sempre più veloce?

La sostituzione continua degli oggetti, in quanto è più conveniente economicamente comprarne uno nuovo che riparare quello che si possiede già, viene trasportata anche nei rapporti umani. Le relazioni vanno alimentate costantemente, bisogna fare il lutto dell’ideale dell’altro in modo da far divenire la conoscenza dei difetti dell’altro come fonte di ricchezza e non un problema. Cosa significa non amarsi più? E se esso nascondesse la volontà di resettare il tutto nella vana speranza di cercare un’altra persona più semplice? Quante persone si ritrovano, ad un certo punto, allo stesso punto dove si ritrovavano nella relazione precedente?

    

Il peso, nel presente, della storia intergenerazionale

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L’opera di Klimt “Le tre età della donna” è una rappresentazione simbolica delle tre fasi della vita femminile: l’infanzia, la maternità ed il declino della vecchiaia.

Superando l’impatto iniziale dato dalla differenze fra la freschezza del corpo giovanile in contrasto con la decadenza senile, è possibile notare uno sguardo assente della donna anziana che ha il viso coperto dai capelli. Inoltre, è l’unica figura a cui l’artista ha deciso di raffigurare i piedi.

Lo sguardo viene di solito associato con la conoscenza cosciente, il guardare è il sapere cosa sta succedendo. Freud, in un suo scritto, paragona lo psicoanalista all’archeologo in quanto entrambi vanno alla ricerca della “città sepolta” per riportala alla luce, al nostro sguardo.

La “città sepolta”, Freud si riferiva alla città di Pompei, è riuscita a rimanere intatta, a resistere alle intemperie del tempo essendo protetta dallo strato di lava solidificato. Anche l’inconscio, così come Pompei sepolta, riesce a conservarsi intatta se lontano dallo sguardo della coscienza. Tanto più ne siamo inconsapevoli quanto più ne siamo influenzati.

L’assenza di sguardo, dell’attenzione consapevole, nei confronti delle nostre storie familiari è ciò che ci permette di vivere nella convinzione di esseri soli nei nostri nuclei familiari. Pensiamo che il nostro presente sia autentico, una nostra produzione esclusiva, di esserne gli unici fautori, ma, ne siamo d’avvero sicuri? Quante volte ci soffermiamo a riflettere sull’esistenza di possibili analogie fra la nostra famiglia nucleare e le rispettive d’origine?

Quando l’inconscio lavora sotto traccia, lontano dallo sguardo cosciente, interviene un meccanismo psichico molto radicato in noi, la coazione a ripetere. Esso si basa sulla tendenza a ricreare nel presente situazioni relazionali associate al nostro passato. Ricerchiamo costantemente persone che rispondono ai nostri oggetti interni, ovvero ai primi nostri modelli relazionali, i nostri genitori. La coazione a ripetere funziona “nel bene e nel male”, la ricerca della costanza riguarda tutti le situazioni, sia quelle dannose che quelle vitali.

Parliamo di meccanismi inconsci che funziono proprio perchè sono lontani dalla nostra consapevolezza. A questo punto potremmo chiederci, quanto siamo d’avvero liberi di fare le nostre scelte sotto l’azione della coazione a ripetere?

Più è incisiva l’azione inconscia della coazione a ripetere e più possiamo considerarci “schiavi del nostro passato”. Fortunatamente la mente umana è imprevedibile e non tutti fanno le stesse scelte, non esiste alcun determinismo o rapporto lineare causa-effetto.

Come scriveva Winnicott, la nascita di una psicopatologia è legata all’intervento contemporaneo di tre fattori: l’ambiente, il carattere del singolo ed un elemento imprevedibile o casuale. Ad esempio, i modelli oggettuali potrebbero essere ricercati anche nella società, oppure in qualche nonno o nonna.

A questo punto la situazione si complica ulteriormente, i genitori che hanno cresciuto un bambino/a sono stati a loro volta figli, ovvero portano dentro di loro le storie delle rispettive famiglie d’origine che si sono incontrate. Per questo motivo, volendo provare a fantasticare, l’opera di Klimt potrebbe prevedere la rappresentazioni di almeno due coppie genitoriali. Il presente e passato di una coppia genitoriale potrebbe esser influenzato dalla storia ed i vissuti dei rispettivi genitori e nonni.

È praticamente impossibile riuscire a stabilire il punto, la generazione dove fermarci per comprendere a pieno il presente perché ci si dovrebbe basare su contenuti inconsci che, in quanto tali, sfuggono alla narrazione. Si creano dei buchi nella nostra storia, segreti che vengono trasmessi inconsciamente attraverso le generazioni.

Un esempio ben fatto di questa trasmissione intergenerazionale è rappresentata nel libro “Ogni cosa è illuminata” di Jonathan Safran Foer del 2010. Il testo racconta le avventure di un giovane studente Americano Jonathan che riceve, sul letto di morte, una fotografia da parte della nonna. Spinto dall’impulso di conoscenza, intraprende un viaggio in Ucraina per conoscere la storia di suo nonno sfuggito dalle deportazioni naziste.

Nel suo viaggio verrà accompagnato da una guida locale, Alex, ed il suo nonno affetto da una cecità psicosomatica, infatti, è in grado solo di guidare l’auto. Incontreranno la sorella della donna che salvò la vita del nonno di Jonathan ed il nonno di Alex riacquisterà la vista ricordando la sua storia, il suo esser stato un soldato alleato dei tedeschi.

“Ho riflesso molte volte sulla nostra rigida ricerca.
Mi ha dimostrato che ogni cosa è illuminata dalla luce del passato.
E’ sempre al nostro lato, all’interno, che guarda fuori. Come dici tu, alla rovescia.” (Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, Guanda, 2010). Questa frase sembra racchiudere molto bene il concetto di trasmissione intergenerazionale.

Come scrive l’autore del libro, è l’interno che guarda fuori, alla rovescia rispetto a come siamo abituati noi a vedere le nostre vite. Nel senso comune, ci poniamo come soggetti che subiscono la realtà esterna, il destino. In questo caso il senso è invertito, è il mondo interno che guarda l’esterno, sono le nostre scelte, decisioni che determinano il mondo esterno.

Questa inversione deriva dai meccanismi inconsci, il fatto di non esser consapevole della nostra storia e della coazione a ripetere ci spinge a proiettare all’esterno parti non conosciute di noi stessi che possono agire liberi non essendo visti.