Il peso, nel presente, della storia intergenerazionale

1200px-Gustav_Klimt_020 fasi vita

L’opera di Klimt “Le tre età della donna” è una rappresentazione simbolica delle tre fasi della vita femminile: l’infanzia, la maternità ed il declino della vecchiaia.

Superando l’impatto iniziale dato dalla differenze fra la freschezza del corpo giovanile in contrasto con la decadenza senile, è possibile notare uno sguardo assente della donna anziana che ha il viso coperto dai capelli. Inoltre, è l’unica figura a cui l’artista ha deciso di raffigurare i piedi.

Lo sguardo viene di solito associato con la conoscenza cosciente, il guardare è il sapere cosa sta succedendo. Freud, in un suo scritto, paragona lo psicoanalista all’archeologo in quanto entrambi vanno alla ricerca della “città sepolta” per riportala alla luce, al nostro sguardo.

La “città sepolta”, Freud si riferiva alla città di Pompei, è riuscita a rimanere intatta, a resistere alle intemperie del tempo essendo protetta dallo strato di lava solidificato. Anche l’inconscio, così come Pompei sepolta, riesce a conservarsi intatta se lontano dallo sguardo della coscienza. Tanto più ne siamo inconsapevoli quanto più ne siamo influenzati.

L’assenza di sguardo, dell’attenzione consapevole, nei confronti delle nostre storie familiari è ciò che ci permette di vivere nella convinzione di esseri soli nei nostri nuclei familiari. Pensiamo che il nostro presente sia autentico, una nostra produzione esclusiva, di esserne gli unici fautori, ma, ne siamo d’avvero sicuri? Quante volte ci soffermiamo a riflettere sull’esistenza di possibili analogie fra la nostra famiglia nucleare e le rispettive d’origine?

Quando l’inconscio lavora sotto traccia, lontano dallo sguardo cosciente, interviene un meccanismo psichico molto radicato in noi, la coazione a ripetere. Esso si basa sulla tendenza a ricreare nel presente situazioni relazionali associate al nostro passato. Ricerchiamo costantemente persone che rispondono ai nostri oggetti interni, ovvero ai primi nostri modelli relazionali, i nostri genitori. La coazione a ripetere funziona “nel bene e nel male”, la ricerca della costanza riguarda tutti le situazioni, sia quelle dannose che quelle vitali.

Parliamo di meccanismi inconsci che funziono proprio perchè sono lontani dalla nostra consapevolezza. A questo punto potremmo chiederci, quanto siamo d’avvero liberi di fare le nostre scelte sotto l’azione della coazione a ripetere?

Più è incisiva l’azione inconscia della coazione a ripetere e più possiamo considerarci “schiavi del nostro passato”. Fortunatamente la mente umana è imprevedibile e non tutti fanno le stesse scelte, non esiste alcun determinismo o rapporto lineare causa-effetto.

Come scriveva Winnicott, la nascita di una psicopatologia è legata all’intervento contemporaneo di tre fattori: l’ambiente, il carattere del singolo ed un elemento imprevedibile o casuale. Ad esempio, i modelli oggettuali potrebbero essere ricercati anche nella società, oppure in qualche nonno o nonna.

A questo punto la situazione si complica ulteriormente, i genitori che hanno cresciuto un bambino/a sono stati a loro volta figli, ovvero portano dentro di loro le storie delle rispettive famiglie d’origine che si sono incontrate. Per questo motivo, volendo provare a fantasticare, l’opera di Klimt potrebbe prevedere la rappresentazioni di almeno due coppie genitoriali. Il presente e passato di una coppia genitoriale potrebbe esser influenzato dalla storia ed i vissuti dei rispettivi genitori e nonni.

È praticamente impossibile riuscire a stabilire il punto, la generazione dove fermarci per comprendere a pieno il presente perché ci si dovrebbe basare su contenuti inconsci che, in quanto tali, sfuggono alla narrazione. Si creano dei buchi nella nostra storia, segreti che vengono trasmessi inconsciamente attraverso le generazioni.

Un esempio ben fatto di questa trasmissione intergenerazionale è rappresentata nel libro “Ogni cosa è illuminata” di Jonathan Safran Foer del 2010. Il testo racconta le avventure di un giovane studente Americano Jonathan che riceve, sul letto di morte, una fotografia da parte della nonna. Spinto dall’impulso di conoscenza, intraprende un viaggio in Ucraina per conoscere la storia di suo nonno sfuggito dalle deportazioni naziste.

Nel suo viaggio verrà accompagnato da una guida locale, Alex, ed il suo nonno affetto da una cecità psicosomatica, infatti, è in grado solo di guidare l’auto. Incontreranno la sorella della donna che salvò la vita del nonno di Jonathan ed il nonno di Alex riacquisterà la vista ricordando la sua storia, il suo esser stato un soldato alleato dei tedeschi.

“Ho riflesso molte volte sulla nostra rigida ricerca.
Mi ha dimostrato che ogni cosa è illuminata dalla luce del passato.
E’ sempre al nostro lato, all’interno, che guarda fuori. Come dici tu, alla rovescia.” (Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, Guanda, 2010). Questa frase sembra racchiudere molto bene il concetto di trasmissione intergenerazionale.

Come scrive l’autore del libro, è l’interno che guarda fuori, alla rovescia rispetto a come siamo abituati noi a vedere le nostre vite. Nel senso comune, ci poniamo come soggetti che subiscono la realtà esterna, il destino. In questo caso il senso è invertito, è il mondo interno che guarda l’esterno, sono le nostre scelte, decisioni che determinano il mondo esterno.

Questa inversione deriva dai meccanismi inconsci, il fatto di non esser consapevole della nostra storia e della coazione a ripetere ci spinge a proiettare all’esterno parti non conosciute di noi stessi che possono agire liberi non essendo visti.

L’eterna lotta fra la medicina e la psicologia sulla pelle dei pazienti

9788856844306In questo libro l’autore, il Dott. Luigi Solano, in collaborazioni con altri colleghi descrive una ricerca condotta in tre studi di medici di base, a Roma, con una clientela di 1.500 pazienti per ogni studio. La ricerca è durata tre anni, dal 2008 al 2011, ed in questo lasso di tempo ogni psicologa ha incontrato circa 700 pazienti. Di questi circa un 50% hanno evidenziato un qualche tipo di disagio esistenziale.

Le domande analizzate sono state classificate in diverse categorie riguardante disagi sociali e relazionali: famiglia, malattia o lutto, lavoro o studio, maternità, immigrazione ed emigrazione.

Il testo racconta come i pazienti arrivavano tutti, ovviamente, con una richiesta biologica e l’integrazione di queste due figure professionali ha permesso un’analisi più accurata delle diverse domande portando, di conseguenza, ad invii più congrui alle richieste fatte.

A causa del limite temporale, non si è potuto costatare se questo esperimento ha portato ad una riduzione della spesa sanitaria pubblica, ma, ha evidenziato chiaramente una drastica diminuzione nella prescrizione di farmaci ed una riduzione di invii a strutture specialistiche di secondo livello nell’ambito della salute mentale. L’intervento psicologico ha evitato, in molti casi, che il disagio si tramutasse in patologia psichiatrica.

L’intervista condotta alla fine della ricerca ha messo in rilievo un miglioramento delle condizioni lavorative anche da parte dei medici, i quali si sono sentiti più sereni, dopo aver superato l’inevitabile gelosia iniziale, nel rapporto con i pazienti per via della presenza di un terzo che sembra aver permesso una distanza più modulare rispetto ai pazienti evitando iper-coinvolgimenti derivante da un transfert genitoriale.

Cosa ci dice questa ricerca? Perchè questa esperienza non viene approfondita? Eppure il dato è molto forte, si parla del 50% dei casi ed una drastica diminuzione dei farmaci prescritti, di un benessere evidenziato dagli stessi medici.

La questione è molto più complessa di quanto possa apparire, però, possiamo subito dire che in questo gioco di potere chi ne subisce le conseguenze sono sempre i pazienti, in questa lotta i pazienti non ci sono, nessuno se ne preoccupa. O meglio, vengono nominati solo come mezzo per salvaguardare i propri obiettivi.

Per me è assurdo che si debbano fare delle ricerche visto che le relazioni costante e bidimensionali fra mente e corpo sono state descritte in modo più sistematico già nel lontano anche se, in realtà, dovremmo andare alla notte dei tempi per ritrovare dei primi accenni sulla suddetta questione. Però si sa, è la moda di oggi, bisogna aspettare le ricerche.

Potremmo già soffermarci su un primo dato, perchè aspettare tanto tempo? E soprattutto, perchè continuare ad essere scettici dopo le ricerche? è assurdo osservare professionisti sanitari che si sorprendono nello scoprire, ad esempio, che il tono dell’umore possa incidere sul sistema immunitario o che nello stomaco ci sono strati neuronali.

Ma perchè accadde tutto ciò? La spiegazione ci deriva da quello che molti pazienti ci dicono durante le sedute “Dotto, un male fisico lo si accetta, nessuno ti dice nulle e tutti ti aiutano. Con la malattia mentale, invece, vieni isolato, guardato strano ed evitato se non addirittura colpevolizzato.” Non esiste gesto più sadico che dire ad una persona affetta da depressione “non ci pensare, tutto si sistemerà”, oppure ad un ansioso “devi affrontare le tue paure, sei sempre esagerato”.

La storia ci insegna che la società ha sempre riservato un trattamento disumanizzante verso chiunque avesse delle difficoltà mentale, soffrisse o fosse “diverso”. Si iniziò a bruciarle, poi a rinchiuderli tenendoli separati ed isolati dagli altri. Ed oggi, come ci si comporta?

Sempre allo stesso modo, ovviamente la cosa viene fatta in modo più sofisticato. Li si tappa la bocca con il farmaco come le mamme che ricorrono sempre ed in ogni caso al cibo perchè angosciati dal pianto dei figli, assecondati sottoponendoli ad una serie di esami superflui tanto “che male fanno e poi cosi siamo più sicuri” senza preoccuparsi minimante dell’ansia legata ai momenti che precedono l’esame e lo sconforto successivo nello scoprire di non essere affetti da nessuna malattia. Quando poi non sanno più fare, sono stanchi ecco che si ricordano dello psicologo.

La domanda però resta, perchè accade tutto ciò? Perchè la storia si ripete anche se in modo diverso? Perchè fra la medicina e la psicologia c’è una guerra secolare in atto che distrugge qualsiasi tentativo di collaborazione ed integrazione?

La risposta sembra semplice, in realtà è molto difficile da comprendere. Il disagio mentale, la sofferenza psichica richiede l’entrare in contatto con il proprio mondo interno, un alleggerimento delle difese che libera l’angoscia da cui la persona prova a difendersi. Entrare in contatto con le parti di se, con il proprio inconscio è doloroso, un processo lungo che non avrà mai una conclusione, resteranno sempre delle macchie cieche, ci sarà sempre un inconscio non rimosso formato da elementi che non hanno mai avuto accesso alla coscienza.

Sull’efficacia del processo analitico non ci sono dubbi, nel senso che cambia radicalmente la vita delle persone. Le domande però sono: quanti vogliono d’avvero vivere bene? Quanti riescono a sostenere un analisi? Quanti riescono a tollerare di sentire il dolore, accettare la frustrazione, la mancanza e prendersi il tempo necessario?

Questa prospettiva apre anche un’altro scenario, la responsabilità inconscia, come ci si sente nello scoprire che la nostra mente sceglie in modo inconsapevole una strada al posto di un altra? Come ci si sente nello scoprire che siamo noi i fautori del nostro destino?

Di certo, apparentemente, è più rassicurante pensare che tutto dipende dal biologico, cosi noi possiamo lavarcene le mani ed essere trattati come “povere vittime del destino crudele”. Il ricorso alla medicalizzazione dei tempi nostri ci toglie dalla possibilità di metterci in discussione, di affrontare le nostre difese, la nostra sofferenza, non c’è mistero perchè tutto può essere spiegato da un esame obiettivo. La cura prevede un percorso di accettazione passiva di una serie di direttive stabilite dal Professorone. Così si crea una situazione dove c’è un altro che ci dice cosa fare.

Come scrisse Lacan, il discorso psicoanalitico si differenza dal discorso del padrone e quello isterico perchè il soggetto diventa colui che ha un sapere su di se e l’analista si mette in una posizione d’attesa per favorirne la sua emersione.

Perchè i medici alimentano questo sistema prescrivendo farmaci con estrema leggerezza e visite specializzate? Per via del proprio narcisismo, l’invio sarebbe una grave ferita narcisistica poichè verrebbe vissuto come un fallimento personale. Nel modello medico vigila il discorso del padrone ed essere il padrone piace a tutti noi, ci fa sentire onnipotenti ed indispensabili per la vita delle persone. Anche l’esaltazione biologica e la minimizzazione dell’azione psichica è un rimando al proprio narcisismo essendo legato alla propria professione.

Quante volta ho sentito dire, dai medici di base, “beh ma io sono anche psicologo per il lavoro che faccio” affermazione che nasconde una svalutazione della funzione psicologica ed un esaltazione del proprio narcisismo.

Vi è anche un altro aspetto, il bisogno di dover piacere ai propri pazienti. Rispettare il proprio mandato etico porta, in alcune situazioni, ad essere anche odiati dai pazienti. Pensiamo ad un caso d’ipocondria, ad esempio, dove una persona si reca dal medico avendo già in mente di dover ricevere un farmaco, una visita specialista o un esame. Ora, se il medico rispetta l’idea del paziente diventa “bravo”, se invece inizia a cercare di fargli capire che forse sarebbe importante optare per un altra cosa si trasforma in quello “cattivo” con il rischio che possa andare da un’altro medico “bravo che fa quello che gli dice”.

A questo punto il medico dovrebbe fare una scelta molto difficile, rispettare il proprio mandato etico pensando al benessere del paziente oppure alimentare il proprio narcisismo, tenere buono l’altro, arrivare a fine giornata e tenersi stretto il paziente? Vi è anche un altro vantaggio, magari riesce a fare un invio ad un amico specialista che lo ringrazia con qualche favore o regalo cosi da guadagnarci due volte.

Fortunatamente ci sono anche medici che scelgono di tutelare l’aspetto etico, il discorso non è mai unidirezionale perchè ciò vale anche per i colleghi psicologici che tendono di ricondurre tutto ad una spiegazione psicologica ignorando gli aspetti medici. Il problema sussiste ogni qual volta si fa prevalere una parte sull’altra poichè si parte da un gravissimo errore funzionale: il dividere, lo scindere due elementi strettamente interconnessi fra loro, il corpo e la mente. Non a caso, nell’inconscio ci sono soprattutto tracce sensoriali. Freud, nell’interpretazione dei sogni, descrive che alcuni nostri sogni nascono da stimoli sensoriali interni al nostro corpo. Anche il malfunzionamento di un organo può dar vita ad un sogno.

Dott. Fulvio Cassese Informazioni

La bellezza e profondità dei luoghi misteriosi

lago-delle-fate

La psicoanalisi si reca nei luoghi dai quali tutti gli altri sfuggono per paura vivendo un esistenza dimezzata. A prescindere da tutte le diverse declinazioni teoriche, la psicoanalisi ha sempre avuto come oggetto d’analisi l’inconscio delle persone e questo è ciò che la distingue da tutti gli altri orientamenti psicoterapici.Attacchi di panico: un mostro da distruggere o una voce fuori dal coro?

Si parte dal presupposto che la mente umana non può essere ridotta solo al contenuto manifesto, ovvero le sue manifestazioni esterne. Chiunque di noi ha potuto fare esperienza, più volte, del contenuto latente il quale si può manifestare in condotte definite irrazionali, bizzarre, sintomi, malessere generalizzati, vuoti, sensazioni d’estraneità verso se stessi o il mondo circostante, in proiezioni esterne e nelle relazioni.

Se l’esistenza dell’inconscio non può essere negata per via dei suoi numerosi segnali che ci fornisce giorno dopo giorno, perchè essa è ancora messa in discussione? Perchè si fa così fatica, nonostante l’evidenza, a vederlo e sentirlo? Tutte queste difficoltà si manifestano attraverso una critica feroce ed ingiustificata al metodo psicoanalitico che ha l’unica colpa di recarsi nei luoghi più spaventosi e allo stesso tempo più affascinanti della nostra mente.

La risposta a questa domanda è molto complessa, il mistero ci affascina e allo stesso tempo ci spaventa mettendo in scena tutte le nostre fragilità, difficoltà, la nostra storia, la nostra intimità. Per non parlare dell’imprevedibilità e lo scarso controllo che possiamo esercitare sui contenuti psichici più profondi. Concetti divenuti pericolosi, inammissibili nella nostra società che ci impone, invece, di essere inumani ovvero forti, perfetti, egoisti, inespressivi e omologati.

Basti pensare a tutti i sacrifici che siamo disposti a fare pur di non ascoltarci d’avvero. L’affidarci solo a contenuti manifesti, razionali della nostra mente è una pura illusione che ci porta a condurre una vita fatta di vuoti, assenza di desideri e della bellezza derivante dall’unicità umana, piena zeppa di bisogni.

L’illusione sta nel fatto che l’inconscio più viene ignorato e più avrà vita facile potendo agire di nascosto dalla nostra attenzione cosciente. Ignorare una parte significativa di noi ci condurrà al famoso senso di vuoto, il processo è molto intuitivo da comprendere. Immaginiamo di decidere di accendere una piccola luce in un grosso palazzo, cosa accadrà? La poca luce ci permetterà di vedere solo una parte di una stanza e tutto il resto ci apparirà come buia e, dunque, vuota. La clinica ci insegna come il vuoto non è assenza di qualcosa, ma, paura di addentrarsi dentro di se.

IL vuoto si ricollega all’assenza di desideri e alla vita dimezzata. Nell’inconscio, infatti, c’è tutto di noi, ci siamo noi. Se limitiamo la nostra attenzione solo ad una piccola parte di noi, come potremmo mai entrare in contatto con i nostri desideri?

Nel senso comune facciamo una gran confusione fra domanda e bisogno attribuendo al secondo il nome del primo. Il volere una macchina nuova, un cellulare, un oggetto qualsiasi e talvolta anche le persone è un bisogno in quanto è strettamente correlato a quell’oggetto tant’è che solo il suo possesso può far avvertire un sollievo momentaneo. Il desiderio, invece, è svincolato, come affermava J.Lacan nel testo “Formazione dell’inconscio” (1957-1958), dall’oggetto concreto e dalla domanda rivolta ad esso. Il desiderio ha sempre una radice inconscia, desiderare di essere un medico può attingere, ad esempio, al desiderio inconscio di aiutare gli altri nella speranza di risolvere una propria questione interna. Esso è avvolgente, richiede un lungo lavoro interno d’adattamento alla realtà e non può mai essere espresso così come presente nella nostra mente dovendo adattarsi ai limiti esterni, ci si trova un compromesso.

Per questo motivo, ci lascia sempre un pò sospesi, ma, allo stesso tempo ci permette di vivere tutto sommato felici e sereni perchè ci rende in grado di esprimere tutta la nostra personalità, è complesso, profondo, unico e dunque affascinante. Il bisogno, invece, è legato solo alla sua utilità e per questo ci lascia sempre un vuoto interno non soddisfacendo il nostro desiderio inconscio e rendendoci uguali a tutti gli altri.

Dott. Fulvio CasseseInformazioni