La medicalizzazione dell’Autismo: che orrore!

La tendenza odierna è quella di far rientrare tutte le psicopatologie nella più ampia categoria della disabilità.

Il termine disabilità si riferisce ad un alterazione delle abilità sociali, rispetto alla norma, in seguito ad una menomazione. Che cosa succede nel momento in cui l’Autismo, ad esempio, viene fatto rientrare in questo calderone? Un disastro!

La prima conseguenza più immediata è la medicalizzazione, ovvero un processo in cui tutto viene rimandato alla biologia. L’Autismo, in questi casi, diventa un’alterazione biologica dove viene eliminato, ucciso il soggetto e qualsiasi tentativo di soggettivizzazione rafforzando il punto cardine del funzionamento Autistico.

Nel mondo Autistico le persone sono dei burattini o delle bambole da tenere sotto controllo e qualsiasi elemento di vitalità, di autonomia spaventa perchè apre all’alterità, alle differenze fra interno ed esterno, all’imprevedibilità.

L’assenza della libertá individuale rappresenta proprio la condizione legata al determinismo biologico, dove non vi sono altre strade percorribili.

Questa visione porta ad un secondo orrore, l’idea di dover addestrare gli autistici. Tutta la complessità del caso viene ridotta all’esibizione di comportamenti sbagliati da correggere.

Ed ecco che ha inizio un braccio di ferro, vi sono due mondi che si scontrano dove ognuno cerca, in tutti i modi, di prevalere sull’altro. Chi vincerà?

Nella mia esperienza ha sempre vinto l’Autismo poichè il suo punto forte è la persistenza, la lotta dura fino ai 17 massimo 18 anni d’età. A questo punto, il mondo normale si arrende dicendo che “dai 18 anni in su il carattere si è formato e non può essere più cambiato, non vi possono essere nuove acquisizioni”.

Questa lotta può portare all’acquisizione di qualche piccola abilità, ma, essa rappresenta una magra consolazione, é come dire “abbiamo perso la guerra, ma, siamo riusciti ad uccidere qualche soldato nemico”.

La lotta porta ad un aumento della consapevolezza, da parte dell’Autistico, che l’altro mondo è minaccioso, pericoloso perchè si impone violentemente con le sue regole ferree. Come si nota, in tutto questo discorso gli affetti non hanno raggion d’esistere.

Nessuno si preoccupa di quello che prova, sente il ragazzo, della sua paura, angoscia ed il sentirsi non accettato dalla propria famiglia e la società.

La medicalizzazione dell’Autismo porta all’assistenzialismo e all’addestramento eliminando qualsiasi domanda di psicoterapia. A che serve la psicoterapia se la mente viene uccisa, annullata?

Se tutto dipende dalla biologia, allora i rapporti umani sono esclusi o visti solo in termini di sequenza di azioni da svolgere correttamente. L’esperienza clinica mi ha fatto ripensare, spesso, all’idea di Winnicott riguardante la presenza di tre elementi nella nascita dei quadri psicopatogeni: l’ambiente, la genetica ed il carattere del singolo soggetto.

La parola funzionamento ci avvicinerebbe ad una visione più realistica prevedendo una costellazione mentale che trova la sua espressione ultima, manifestazione concreta nei comportamenti.

Far rientrare l’Autismo nella psicopatologia é l’unica speranza per avvicinarci alla loro umanità, al loro mondo creando un ponte e non una trincea.

Nella disabilità, cosi come viene intesa nel senso comune, c’è solo da dispiacersi, compatire e trovare un supporto concreto. Tutto resta immutato, elemento chiave del funzionamento Autistico.

Le psicopatologie, invece, vengono accolte, ascoltate, interpretate. Questo lavoro crea le basi per la costruzione di un rapporto umano, molto intenso con l’analista. Si crea un area terza, d’incontro, dove poter fare esperienze nuove. Vengono presentati nuovi modelli relazionali che in modo indiretto coinvolgono anche la famiglia.

I professionisti che hanno la possibilità di lavorare con i bambini conoscono benissimo l’importanza di un lavoro di rete con la famiglia perchè il figlio/a incosciamente incarna il desiderio della coppia. La sua “immaturità” non gli ha permesso, ancora, di potersene separare al punto da legittimare il proprio di desiderio assumendo una posizione adulta. Beninteso che questo processo non sarà mai completo perchè il nostro desiderio adulto conserverà sempre traccie di quello dei nostri genitori. Per questo motivo, se un bambino con il lavoro psicoterapico inizia ad assumere una sua posizione personale il lavoro viene interrotto o attaccato incosciamente dalla famiglia se quest’ultima non svolge un lavoro parallelo per accettare questo distaccamento prendendo consapevolezza del proprio desiderio come coppia e genitori.

La stessa situazione, data la regressione dell’Autismo, si ripresenta con i ragazzi Autistici ecco perchè è fondamentale svolgere un lavoro anche con la famiglia. Ovviamente questo non è un atteggiamento giudicante perchè non servirebbe a nessuno andare alla ricerca di un colpevole, sarebbe una caccia alle streghe inutile ed assolutamente improduttiva alla clinica. Però, allo stesso tempo, non possiamo tralasciare il nostro mandato etico, professionale ed umano prendendo in giro le persone affermando cose false pur di non offendere la suscettibilità di nessuno. Anche questo atteggiamento risiede nella medicalizzazione dell’Autismo, se tutto può essere ridotto solo alla medicina allora non ha senso lavorare sui rapporti.

Con questo atteggiamento le famiglie potranno sentirsi apparentemente più sicure perchè non dovranno mettersi in discussione, ma, ciò lo pagheranno a caro prezzo con la solitudine, la confusione e l’immobilità. Non avranno uno spazio psicoterapico in grado di accogliere il loro dolore, sentirlo ed elaborarlo.

La medicalizzazione dell’Autismo trova campo fertile nelle istituzioni sanitarie perchè richiede un investimento immediato ridotto, solo l’assistenza costa meno dell’aggiunta della psicoterapia, ma continuativo nel tempo. La prospettiva futura non conta, in generale, nella politica visto che i dirigenti non hanno certezze sulla durata dei loro mandati, a loro che importa fare un lavoro che darà i propri frutti fra 10anni?

Dott. Fulvio CasseseHome

Rispondi