Attacchi di panico: un mostro da distruggere o una voce fuori dal coro?

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Nel manuale diagnostico, l’attacco di panico viene fatto rientrare fra i disturbi d’ansia.

Il motivo risiede nella presenza di un ansia generalizzata, ovvero un sentimento opprimente privo di un oggetto apparente.

La persona che ne soffre si sente soffocare, inizia a tremare, sudare freddo, avverte tachicardia, teme di svenire e di poter morire d’improvviso. Subito dopo l’attacco di panico, si avverte stanchezza, disorientamento e fastidi allo stomaco.

In questi momenti, l’unica idea è quella di fuggire per far cessare tutte queste sensazioni sgradevoli e, soprattutto, che spaventano per via del loro mistero.

La persona non è in grado di riferire cosa ha prodotto l’attacco di panico, prova a legarlo a qualche evento dandosi una spiegazione, ma, questa non è mai soddisfacente.

Allora si iniziano una serie di prove causali riferite a qualsiasi situazione che in qualche modo possano essere collegata al contesto dove si è generato la prima crisi.

Ben presto, il soggetto si trova paralizzato in una gabbia di terrore, anche quando non vi è un attacco di panico si genera l’ansia anticipatoria, uno stato d’agitazione per via di un possibile nuovo attacco. Tutte le prove apparenti fanno ipotizzare ad un attacco, una minaccia che deriva da situazioni esterne.

Chi cade in questo tranello, inizia a concentrarsi sui sintomi lavorando varie strategie per rendere le persone più sicure di se. Si inizia a seguire un copione, una serie di cose da fare quando sopraggiunge l’ansia. Questo approccio potrebbe avere una qualche efficacia nell’immediato, ma poi? Cosa succede con il trascorrere del tempo? Nulla, nel senso che l’evitamento prende il sopravvento oppure la persona si concentra così tanto sui sintomi da diventarne suo schiavo facendo il gioco della patologia.

Più ci si convince di dover “combattere il mostro” e più le pareti della gabbia si stringono. Se ci soffermiamo sulla terminologia, la parola attacco rimanda ad una situazione d’emergenza dove non vi è spazio per il pensiero. Eppure i pazienti riportano di non poter fare a meno di pensare, iniziando ad ipotizzare che il loro problema risiede proprio nel “pensarci continuamente”.

L’attacco di panico spinge nella direzione dell’annullamento di qualsiasi forma di pensiero e ci riesce, perché quello che viene descritto dai pazienti non è un pensiero, ma, un’incessante preoccupazione e tensione interna.

Con la parola pensiero ci si riferisce, invece, ad un flusso d’idee che si susseguono alleggerendo la nostra mente e permettendoci di essere soggetti creativi, ovvero di vedere una stessa cosa da diversi punti di vista.

Chi soffre di attacchi di panico, invece, si fissa solo sulle crisi, essendone profondamente angosciato, non avendo la mente libera per poter associare liberamente, vagare, lasciarsi andare pensando, costruendo immagini mentali e metaforiche.

Un’altra caratteristica, in coerenza con il quadro descritto, è l’assenza del ricordo di sogni. Tutt’al più, in alcune situazioni, al risveglio si riesce a ricordare solo immagini angoscianti perché anche il sonno notturno può essere disturbato.

Si potrebbe dare una nuova definizione agli attacchi di panico, un attacco al pensiero ed i suoi derivati. Ma perché la persona non può più pensare? Chi attacca la nostra mente in quei momenti? Paradossalmente è proprio la mente che si attacca come forma di protezione. È un po’ quello che succede con il salvavita di casa che crea un arresto del flusso di corrente quando segnala un possibile pericolo, un corto circuito.

In questo caso, ci accorgiamo che non c’è più corrente ed andiamo a verificare dov’è il possibile guasto. Ed è proprio questo che andrebbe fatto, è questo controllo che permette il successo terapeutico. Se ci si concentra solo sul sintomo, sulle strategie da attuare, non si fa altro che continuare in modo incessante ad accendere il salvavita. Ma cosa succede quando non ripariamo il guasto? Semplice, che il salvavita si attiva continuamente.

Iniziare un braccio di ferro con i sintomi, in generale, non ha mai senso in quanto essi sono, come lì definì Freud, la soluzione migliore che la nostra mente ha trovato per difendersi. I sintomi sono anche delle difese, sono il nostro salvavita e toglierle rischia solo di farci prendere una forte scossa mortale. E allora che fare? Smetterla di insistere, di combattere, sarebbe una battagli persa in partenza perchè essi provano a proteggerci dalla forte angoscia.

Non c’è nulla che ci spaventa più dell’ignoto e gli attacchi di panico provano a dare un senso, un nome ad un sentimento che sarebbe molto più angosciante se associato al nulla, al buoi. È per questo motivo che vanno ascoltate, d’altro canto è sempre una parte noi stessi che sta provando a parlare, a comunicarci qualcosa.

Non esiste nessun mostro, siamo sempre noi che stiamo parlando e lo facciamo in questo modo perché, magari, potremmo dire qualcosa che non ci piace ascoltare, d’impopolare per il resto della nostra persona. Se, invece, la imbavagliamo, questa parte di noi proverà in tutti i modi, con sempre più insistenza, a farsi sentire.

Una psicoterapia ha successo quando riesce a creare le condizioni per permettere l’ascolto di questa parte, trovargli un proprio spazio per esprimersi liberamente, a parole. È a questo punto che si ripristina il pensiero ed il salvavita smette di scattare, adesso la persona può conoscere tutte le sue parti, metterle in contatto fra di loro recuperando la sua integrità personale e provando a trovare il giusto compromesso per garantire una convivenza, dove si discute, si litiga, ma, alla fine si giunge ad un compromesso che accontenta un po’ tutti evitando guerre e tentativi di soppressioni.

Mettere in parole, esprimere e dare un senso a ciò che prima era indicibile è un passaggio fondamentale nel processo psicoterapico. Ma cos’è questo indicibile? Il proprio desiderio, esprimerlo è cosi difficile perchè nel momento in cui viene enunciato la persona se ne fa carico dovendo preoccuparsi della sua realizzazione. Perseguire il proprio desiderio è sempre un azione parziale poichè esso incontra la realtà, scontrandosi talvolta con essa se non si riesce a trovare il giusto compromesso accettando di perdere qualcosa, creando dei residui.

L’appropriazione del proprio desiderio è strettamente interconnessa allo sviluppo individuale e soggettivo. Scegliere di coltivare la propria autenticità e persona è un gesto altamente complesso. Esso richiede l’accettazione del proprio inconscio, della finitezza della vita rinunciando al narcisismo infantile,tollerare la frustrazione dell’attesa, tollerare di essere mancanti di qualcosa facendo un vuoto(imperfetti, fragili), vivere in solitudine, prendersi dei rischi esponendosi.

Freud affermò che la prima forma di pensiero, nell’infante, nasce nel momento in cui il bambino sente la fame ed inizia ad allucinare la presenza del seno in sua assenza. Il vuoto, l’assenza di qualcosa è la condizione necessaria per la formazione del pensiero ecco perchè riusciamo a pensare, in modo autentico, quando ci fermiamo o siamo soli, in mezzo alla folla e con l’agenda piena abbiamo solo la sensazione di fare tante cose.

L’essere soli è un atto di coraggio, è uscire dalla conformità, massa e il sentirsi tutt’uno con gli atri. Se tutti fanno una cosa è rassicurante perchè ci fa sentire in compagnia contrastando la solitudine. Il perseguire il proprio desiderio è sempre un atto di solitudine dato che l’inconscio di ogni singolo individuo è strettamente personale, è impossibile trovarne due uguali.

Queste considerazione ci danno un’idea di come sia complessa farsi voce del proprio desiderio e zittirlo, conformandosi alla realtà esterna, potrebbe apparire come un’operazione semplice ed immediata, ma, essa viene pagata a caro prezzo. I sintomi degli attacchi di panico potrebbero essere una delle conseguenze di questa sordità, ci si trova a fare una lotta infinita e stremante con se stessi perdendo tutta la ricchezza di se stessi dato che non si può scegliere cosa zittire e cosa ascoltare, se l’inconscio viene ignorato lo si fa nella sua interezza perdendo la nostra linfa vitale, arrivando a sentirci delle macchine che si trascinano nella vita governate da un padrone esterno.

 

Dott. Fulvio Cassese

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