Quando una comunità terapeutica si trasforma in un dormitorio?

Le comunità riabilitative, l’S.R.T.R., hanno un mandato molto complesso e difficile: occuparsi della riabilitazione di pazienti psichiatrici. La loro origine è fortemente legata all’eredità della legge Basaglia, la quale prevedeva la chiusura degli ospedali manicomiali.

L’avvento delle comunità ha portato un cambiamento molto importante in psichiatria riuscendo a combattere il degrado presenti negli ex manicomi. I pazienti iniziano ad esser considerati come individui che meritano di vivere in un modo dignitoso e che hanno qualcosa da dire.

La presenza dello psicoterapeuta in comunità ha permesso di introdurre l’ascolto del paziente, del suo disagio e delle sue difficoltà. Le strutture permettono di ospitare persone che non avrebbero possibilità di vivere altrove, per svariati motivi, contrastando anche in parte il fenomeno degli homeless.

Nei casi in cui ci sono grossi scontri familiari, la possibilità di introdurre un terzo nella mediazione con i familiari, la comunità, potrebbe prevenire aggressioni interne alle mura domestiche oppure TSO. Potremmo dire che le strutture assolvono pienamente alla sua funzione materna, prendendosi cura del paziente attraverso un accudimento continuo e completo dei pazienti. Nutrono con il cibo, le cure mediche, si prendono cura della pulizia, distribuiscono sigarette e caffe ai suoi ospiti. Vi è, insomma, un’attenzione molto scrupolosa ai bisogni primari dei pazienti che vengono soddisfatti anche in modo dilazionato, introducendo l’attesa rispettando degli orari fissi.

Le giornate vengono scandite da momenti prestabiliti, la presenza di un programma ben strutturato rappresenta un elemento riabilitativo molto importante in quanto introduce l’ordine, fornisce una cornice all’interno della quale potersi muovere, contiene il disordine e la deframmentazione psicotica.

Le attività terapeutiche e riabilitative sono un altro elemento fondamentale in permettendo l’elaborazione di vissuti personali attraverso l’apporto del gruppo, la socializzazione e la condivisone dei propri pensieri.

Ma che cosa succede quando questo lavoro viene ripetuto per anni? Cosa succede quando l’equipe medica inizia a funzionare in modo psicotico?

L’accudimento è una prima parte molto importante perchè favorisce la compensazione dello stato clinico dei pazienti, ma poi? Come ben sappiamo, alla funzione materna andrebbe affiancato anche quella paterna.

La funzione paterna dovrebbe favorire la conclusione del percorso terapeutico in struttura e la stipulazione di nuovi progetti riabilitativi e d’integrazione sociali in base alle condizioni attuali del paziente. Nei casi più auspicabili, ci dovrebbe essere la possibilità di un inserimento graduale e guidato nel contesto sociali.

Le altre soluzioni potrebbero essere l’inserimento in una struttura socio-riabilitativa oppure in RSA, nel caso in cui il paziente dovesse essere prossimo all’età senile. Chi dovrebbe stabilire quando e se il progetto terapeutico in S.R.T.R. è concluso? Di certo non la struttura che ha interessi economici a trattenere il paziente. Ecco comparire la prima contraddizione, la comunità ha il mandato di riabilitare il paziente anche se i suoi interessi economici vanno in una direzione opposta. La dimissione di un paziente equivale ad una quota mensile in meno e, dunque, ad una pronta telefonata dall’amministrazione che chiede chiarimenti sulla diminuzione del numero degli ospiti.

Negli anni scorsi, questa contraddizione non era cosi presente dato l’elevato numero di pazienti presenti nei vari territori Italiana e lo scarso numero di comunità. Oggi giorno si assiste ad una diminuzione delle risorse ed una più consistente presenza di S.R.T.R nelle diverse regioni. Le strutture si trovano a fronteggiare il problema di andare alla ricerca di nuovi inserimenti, dunque, figuriamoci se favorirebbero le dimissioni di pazienti compensati considerando anche l’incognita di nuovi possibili inserimenti. Come si può trattenere i propri pazienti non avendo in mente la fine?

Scoraggiando ogni possibile movimento d’autonomia, ostacolando la formulazione di progetti di vita. Il pensiero non può essere alimentato e l’equipe medica inizia a funzionare tenendo, inconsciamente, a bada le emozioni ed il pensiero limitandosi ad occuparsi dei bisogni primari.

I colloqui individuali con i pazienti vengono contenuti e, comunque, riguardano solo ed esclusivamente questioni pratiche (la partecipazioni alle attività, i permessi, la gestione dei soldi e sigarette, ecc..). IL tempo sembra essere fermo, immobile, eterno sia per il paziente che per il personale sanitario.

Una possibile separazione non viene considerata in quanto si evidenziano solo gli aspetti disfunzionali del paziente, come se la riabilitazione equivalesse ad una cura “magica” degli aspetti psicotici di personalità. La fissità temporale si ricollega ad una impossibilità di immaginare la separazione la quale attiva, subito, negli operatori pensieri persecutori e mortiferi: vedrai che se esce si fa un TSO, inizia a litigare con la madre, e se va via da qui dove potrebbe andare a vivere? Non ha nessuno, è solo.

Ancora un volta l’equipe medica si trasforma in una “madre accudente” che si prende cura dell’allattamento del paziente. Le riunioni d’equipe riflettono il funzionamento psicotico degli ospiti della struttura essendo contraddistinte dall’assenza di pensiero. Vengono trattati solo questioni pratiche ed organizzative, non si discutono gli aspetti clinici dei casi, gli operatori conoscono tutto dei loro pazienti non richiedendo mai una supervisione, l’aiuto di un esperto esterno alle dinamiche istituzionali.

Tutto ciò che deriverebbe dall’esterno verrebbe visto come non adeguato, solo gli operatori di quella comunità sono i detentori della conoscenza poiché hanno dei contatti continui ed intensi con i pazienti. I rapporto sono così invischiati che si fatica a capire quali sono i ruoli, chi è il paziente e l’operatore. Vengono usate parole che potrebbero sembrare affettuose, quali “amore mio, tesorino, cucciola” accompagnate da abbracci e baci da parte del personale medico. L’operatore si spoglia del suo ruolo terapeutico e riabilitativo vivendo l’illusione di potersi sostituire ai genitori dei pazienti.

Si passa dai rapporti professionali, medico- paziente, ad una relazione amicale dove l’unico obiettivo riabilitativo sembra essere quello di far rispettare le regole comunitarie, cosi “sono tranquilli e non creano problemi, alleggerendo il lavoro dell’operatore”. Il futuro diventa il presente, ovvero non ci sono progetti rivolti all’esterno e che introdurrebbero la separazione nel rapporto fusionale che si crea fra il paziente e la struttura. Si da vita, così, al seguente discorso latente: “tu hai bisogno di me, ed io ho bisogno di te. Quindi teniamoci e vogliamoci bene.” Ecco come una comunità terapeutica si può trasformare in un dormitorio.

E perché nessuno interrompe questa follia a due? I CSM, talvolta, colludono con la follia istituzionale perchè il ricovero del paziente gli permette di fronteggiare le loro carenze di risorse, sia materiali che mentali. La dimissione di un paziente li pone, difatti, subito di fronte al problema di doversi tornare a far carico, da solo, del caso clinico non potendo più contare sull’apporto della comunità.

Cosa dire della società? L’idea del dormitorio non incontra l’esigenza delle persone di difendersi dalla patologia psichiatrica creando dei luoghi dove i pazienti vengono reclusi? Allo stesso tempo, la maggiore apertura delle comunità riesce a mitica i sensi di colpa della società che si può ritenere innocente dall’idea di aver ricreato nuovi manicomi aperti?

Ad un occhio attento sarà possibile notare come in alcuni paziente intrappolati in questi contesti fusionali sia possibile notare la nota sindrome da istituzionalizzazione. Parliamo di casi dove il paziente non presenta mai il desiderio di uscire dalla comunità, riesce a vedere il proprio futuro solo in un altro contesto istituzionale. Presenta una scarsa autonomia, si adagia sulla presenza degli operatori affidando a loro la gestione della sua vita. Verbalizzano lamentele che rimangono tali, ovvero una lista di cose che non funzionano nella struttura. il paziente vive nella convinzione, supportata dall’atteggiamento istituzionale, che non ha la possibilità o la speranza di poter vivere altrove.

Dott. Fulvio Cassese

basaglia-nonso

Rispondi